Alexander LangerProvare a ricordare oggi, vent’anni dopo, Alexander Langer, è solo per provocare un senso maggiore di curiosità, spingersi un po’ più in là, andare a cercare scritti che la fondazione che porta il suo nome conserva. Non c’è niente altro dietro. Mi sono chiesto più volte quanto avesse senso scrivere un post del genere, e sono arrivato alla conclusione che sì, è giusto farlo, per trovare una strada da imboccare attraverso i suoi interventi, gli scritti, eredità che vanno oltre all’attuale.

Non è l’esercizio di uno scriteriato che si tuffa in un mare in secca. Langer se n’è andato, ha messo la sua vita appesa a un albero di albicocco, a pian del Giullari, in un luglio che diventò freddo in un colpo, e così rimase. Lasciò scritto di continuare in ciò che era giusto. E qualcuno è rimasto a farlo quel lavoro, ma è sempre più isolato, in un’idea di mondo che cambia e lo fa nel modo peggiore. Devolveva, senza nessuna spettacolarità, gran parte dei suoi compensi di europarlamentare alla politica ecologista. Ha fatto politica quando la politica aveva un verso, è stato pacifista prima che il mondo venisse schiacciato dal carro armato peggiore, quello dell’indifferenza. E’ stato il più politico tra gli impolitici, “sempre in guerra con se stesso”, come scrisse in un pezzo memorabile Pino Corrias.

Nessuno può ancora trovare una ragione in quel gesto, in un arrivederci volontario. Ma sarebbe difficile immaginarlo oggi, con una sinistra che non esiste e una serie di cause aperte senza soluzione. Al Parlamento europeo di fessi ce ne sono sempre stati in abbondanza, forse nessuno si è mai approcciato alla questione dei profughi come se fosse un problema da ubriaconi al bar (dopo la mezzanotte, prima una lucidità ce l’hanno anche gli ubriaconi). Il mondo è cambiato, non c’è dubbio, la storia poi ci dirà cosa è stato peggio.

Nel frattempo però c’è chi mette in ordine i ricordi. C’è chi va a ricercare le cartoline che Langer scriveva agli amici ovunque si trovasse a produrre intelligenza, generosità, politica. E’ bello, spesso, scoprire che centinaia di ragazzi in odor di laurea vanno a Bolzano e trovano negli archivi della fondazione un verso giusto. Ad accoglierli quasi sempre Edi Rabini, che è stato, lo è ancora, un caro amico e il più stretto collaboratore di Langer.

Possiamo anche avventurarci nel dire che se esiste un’Europa, non è quella pensata allora; che la battaglia ecologista si è dispersa senza possibilità di aggregazione; che i Verdi resistono altrove; che l’Euromediterrano ha incattivito noi genti di passaggio, ma la politica non ha fatto la sua parte. Far tesoro di quegli appunti sarebbe provare a scalare montagne che non ci appartengono. Il mondo non parla più la sua lingua, lui che ne scorreva agevolmente cinque. Fu straordinariamente commosso Adriano Sofri che di Langer era amico e compagno di percorso: “Se avessi di fronte a me un uditorio di ragazze e ragazzi, non esiterei a mostrar loro com’è stata bella, com’è stata invidiabilmente ricca di viaggi, di incontri, di conoscenze, di imprese, di lingue parlate e ascoltate, di amore la vita di Alexander. Che stampino pure il suo viso serio e gentile sulle loro magliette. Che vadano incontro agli altri con il suo passo leggero e voglia il cielo che non perdano la speranza”. Difficile capire se la speranza non sia persa. Langer vedeva più lontano degli altri dietro agli occhiali da miope. “Non c’è nessun’altra area del mondo in cui in uno spazio così concentrato si trova un’eredità così comune e così diversificata insieme: al crocevia tra i tre continenti (Europa, Asia, Africa) e le tre grandi religioni monoteiste (Ebraismo, Cristianesimo, Islam), in una cornice ambientale e monumentale con caratteristiche fortemente comuni ed oggi gravemente minacciata”. Ripartano da qui, questi politicanti della mazzetta. Provino, almeno per un giorno, a pensare a temi irraggiungibili.

Chi fosse Alex Langer lo risparmio. La memoria di internet è infallibile. E non c’è nessuno che avvicinare l’intelligenza di uomo che aveva visto avanti vent’anni prima.