Cominciamo dalle buone notizie: sembra proprio che per parecchio tempo non sentiremo più parlare dei Club Dogo. Lo dice Guè Pequeno, insieme a Jake la Furia uno dei due MC della crew milanese. Peccato che la buona notizia passi attraverso una cattiva notizia, Guè Pequeno ha testè pubblicato il suo terzo album solista, perché ora, dice, vuole lavorare sul suo brand. Quindi non ci saranno più i Club Dogo ma ci saranno tre solisti, lui, Jake e DonJoe. Non sono più tanto convinto che si tratti di una buona notizia.

Nei fatti oggi è uscito Vero, nuovo album del rapper milanese, ed è uscito sotto il prestigioso marchio Def Jam. Anche qui, quella che potrebbe apparire come una notizia terrificante è in realtà un semplice fatto di marketing, Guè è in casa Universal, come la Def Jam, e la prestigiosa etichetta americana ha concesso, ci si augura dietro lauto compenso, l’utilizzo del marchio anche per un prodotto, perché Guè ci tiene a far sapere che lui tratta prodotti, che fattura, che smuove il cash, che con la Def Jam, in verità, nulla ha a che fare. Perché se è vero che Guè, sulla carta, è un rapper talentuoso, uno che saprebbe pure come muovere le rime, nei fatti è altrettanto vero che un talento in balia di un ego così tanto ingombrante non ha fatto che andare alla deriva.

Parla, Guè, di una sorta di presa di distanza del rap ‘big babol’ che gira oggi, con chiaro riferimento a Fedez, Emis Killa e Moreno, ma in verità la sua è solo una versione livemente più adulta e cinica, ovviamente altrettanto big babol. Perché questo continuo riferirsi alle donne come oggetto, ai soldi come aspirazione, a se stesso come a qualcuno che ce l’ha fatta, in realtà, benché spacciati per polaroid di una società sempre più fatta di apparenze che di contenuti, a noi sembra l’autoritratto di un artista che crede di darci a bere di essere un reporter. Guè Pequeno fattura tanto? Buon per lui, ciò non toglie che le sue rime hanno contenuti banali, seppur dette con stile. Anzi, il fatto di avere stile, se possibile, rende le sue banalità ancora più banali, perché la sensazione di essere al cospetto di chi si autocompiace di avere successo è quantomai fastidiosa. Alcune “perle”? Eccole: “Il beat lo uccido, volée di messaggi/ rappo per tutte le bitch/ che stanno nei centri massaggi”, e ancora “bella raga/ giorno di paga/ lo prende in bocca/ dopo lo fa sparire tipo maga”, oppure “affacciati alla finestra spacciatore mio/ sognando una Bentley viaggiando in sei su una Clio/ sognando il grano ed un donatore di cuore puro/ tipe snob con l‘erre moscia lo fan diventare duro”.

Vero’ è il solito album di Guè, copia precisa dei precedenti nella struttura. Si può ballare e ci si può lasciare andare a del romanticismo (se ci si riesce, vista la compagnia). Le basi, e qui si tocca il surreale, sono spesso più interessanti delle parole e dei loro contenuti, il che per un rapper non è esattamente un plauso. Il rap contemporaneo è diventato pochissima cosa, ha ragione Guè: peccato che il rapper di PES sia causa di questa deriva, non certo la salvezza.