Mi ricordo che ho deciso di andare, presto, prima della folla, davanti al teatro Adriano di Roma, il 27 giugno, per vedere (come avrebbe detto qualche anno dopo Jannacci) “l’effetto che fa” l’arrivo dei Beatles. Era il 1965 ed ero appena tornato da cinque anni di vita in America, in giro per gli States e a New York. Perciò mi ero trovato anch’io davanti al Plaza, il leggendario hotel di Manhattan, quando i Beatles si sono affacciati al balcone lungo, stretto, sproporzionatamente alto dell’albergo. La folla – quella grandissima folla newyorchese – dilagava fino al Central Park. Età media, avrei detto, confortato più tardi dalle notizie televisive, 17 anni.

A quel tempo, è bene saperlo, i giovani erano molto più giovani, e invadevano tutto. A quel tempo le ragazzine erano tutte bionde e la voce della folla era un lungo, ininterrotto, disperato urlo femminile. A Roma non sono arrivato prima della folla, che era già stretta e compatta ore prima, tanto che si vedeva la tettoia ma non le porte del vecchio cinema teatro Adriano. Ho dovuto accontentarmi di restare lontano, abituarmi al grido (anche qui tutto di ragazzine) e veder passare “i favolosi quattro” da venti o trenta metri di distanza, i loro attillati vestiti neri, i loro celebri colletti bianchi, i loro caschetti di capelli folti, giovani, un po’ troppo show business, che allora erano un simbolo unico e che oggi qualunque dirigente d’azienda potrebbe esibire, se non fosse un po’ calvo, nei consigli d’amministrazione.

Anche a Roma la folla era di giovanissimi, un’età che la politica non aveva mai stanato, travolta da un furore felice trascinato dalle mini-teenager. Ma più tardi le notizie radio, i giornali, molti dei miei stessi colleghi in televisione (Tg unico, dove allora lavoravo) mi hanno costretto a notare uno sdoppiamento che non c’era negli Usa. I ragazzini urlanti avevano capito. Gli adulti, inclusi gli esperti dei generi musicali giovani, no. Fra i giovani colleghi, ricordo, solo Gianni Minà aveva preso sul serio il fenomeno Beatles. Fra gli adulti importanti Luciano Berio aveva provocato stupore ammonendo: “Badate, si tratta di musica vera, nuova, a cui prestare attenzione”. Berio, già allora uno dei compositori e direttori d’orchestra più noti nel mondo, aveva avuto John Lennon (e a volte McCartney) alle sue lezioni a Londra, e mi aveva detto che si fermavano a parlare con lui, che gli facevano domande su Pierre Boulez, su Stockhausen che, con quella loro aria frivola, volevano conoscere e capire.

Forse la Rai ritrasmetterà in questi giorni di ricorrenza e celebrazione del viaggio italiano dei Beatles, frammenti dei Tg e dei programmi dedicati ai Beatles in quei giorni. Certo, tutti ricorderanno l’inizio di quella inattesa esplosione mediatica: la loro trionfale apparizione (per tre sere di seguito), al favoloso Ed Sullivan Show di New York (Cbs). Ma c’erano anche due componenti immancabili: un certo compatimento o tolleranza paziente degli adulti per l’entusiasmo dei ragazzi, che veniva trattato con po’ di sarcasmo. E l’accettazione del fatto mediatico.
I Beatles stavano avendo, improvvisamente, un successo enorme e perciò dovevi avere pazienza e dedicare loro tempo e spazio, anche se più di un notista o corsivista dei grandi giornali faceva notare “il rischio dei timpani”, con qualche presa in giro e qualche espediente per farti capire che “noi adulti, però, non ci caschiamo”.

Perciò piaceva molto agli speaker ripetere la parola “scarafaggio” come approssimativa traduzione della stramba e gentile definizione inglese del gruppo.  A quel tempo i Beatles non li avevo conosciuti, ma li avevo incontrati, per meno di un minuto, a Londra. Camminavamo, verso sera, Joan Baez con la sua chitarra e io, verso l’entrata della Albert Hall, la sala da concerto dove la Baez avrebbe avuto il suo debutto inglese (ma era già una celebrità). Una macchina nera ha inchiodato davanti a noi, come in un poliziesco, e quattro ragazzi, visti fino ad allora solo in televisione, sono balzati fuori a farle festa. George Harrison ha canticchiato le prime parole di Farewell Angelina che gli altri ritmavano sul cofano dell’auto. Dissolvenza e fine della scena, allegra e brevissima. Non sapevo che anni dopo, 1968, sarei andato con loro, i quattro Beatles, Mia Farrow e Donovan (marzo 1968) alle pendici dell’Hymalaya, a filmare (insieme con Franco Lazzaretti, noi soli) la loro celebre spedizione-meditazione a cui non è stato ammesso alcun altro estraneo. Ma questa è un’altra storia.

Da Il Fatto Quotidiano del 24 giugno 2015