Beatles contro Rolling Stones, una rivalità costruita ad arte. Non che l’assunto non fosse mai stato detto, ma leggendo il bel saggio Beatles vs. Stones (Laterza), scritto dallo storico John McMillian, la macchinazione comunicativa infernale dello showbiz per elevare a sfida perenne lo scontro tra le due band diventa un capitolo da feuilletton. Ogni taglio di capelli, ogni completino che da blasé venne bucherellato e stracciato, ogni significato dei testi dei brani, sembra essere stato un calcolato e ritmico riaggiornare di due brand che hanno fatto la storia del pop occidentale nel dopoguerra.

Da buon storico McMillian sa che le congetture sono armi spuntate per il gossip, o materiale essiccato per un distratto tweet da rimbalzare sul web. Ecco allora il ritorno alle origini, proprio all’inizio dei favolosi anni ’60 con lo scavo nelle testimonianze di amici e parenti di Beatles e Stones per stabilire esattamente le differenze socio-economiche di partenza delle due band: i primi arrivavano dal Nord povero, i secondi dal Sud e della Londra borghese. Come la relativa trasformazione estetica-culturale-visiva grazie ai manager scopritori: Brain Epstein per Fab Four e Andrew Loog Oldham per Jagger e compagnia. “Dichiararsi fan dei Beatles significava essere (proprio come i Fab Four) persone ben inserite nella società, amabili ed educate: non necessariamente perbenisti, ma nemmeno di quelli pronti a sfidare le convenzioni sociali. Il fan dei Beatles era uno che si conformava quasi in tutto alla società, che era d’accordo, che rispettava le regole: uno che quando guardava il mondo che avrebbe ricevuto in eredità si sentiva soddisfatto”, scrive McMillian nel libro. “Schierarsi con i Rolling Stones equivaleva a trasmettere il messaggio opposto: significava che eri uno che voleva spaccare tutto, farlo a pezzi e appiccarvi il fuoco. «I Beatles vogliono tenerti per mano, gli Stones vogliono radere al suolo la città», scrisse una volta scherzosamente Tom Wolfe, giocando sul titolo di due famose canzoni, I Want to Hold Your Hand dei Beatles e Burn Down This Town dei Rolling Stones”.

Per arrivare a questo, però, c’è stato il maquillage che ha trasformato quattro teppistelli – John Lennon e George Harrison sicuramente più di Ringo e Paul – di Liverpool in aggraziati baronetti con capelli a caschetto, giacchetta chiusa sul collo, e parecchi “yeah, yeah” nei coretti tra un verso d’amore e l’altro; e modificato geneticamente quattro buoni ragazzi borghesiCharlie Watts magari no, ma Richards sì e Jagger ha perfino frequentato la London School of Economics. Oltretutto con gli Stones che in qualche modo sconfessano il loro privilegio classista e i Beatles che si ripuliscono degli eccessi da miserabili nei concerti e nella vita quotidiana dell’epoca di Amburgo per finire ad essere invitati e osannati dalla regina madre. McMillian riporta l’affermazione di Sean O’Mahoney che nell’estate del 1963 cominciò a pubblicare il giornalino mensile dei Beatles (330mila copie al mese) sotto l’egida dell’organizzazione dei Fab Four e nel ’64 compì la stessa operazione per gli Stones (qui di dati sulle vendite però non ce ne sono ndr): “I Beatles erano dei teppisti che venivano fatti sembrare bravi ragazzi, mentre i Rolling Stones erano dei gentlemen trasformati in teppisti da Andrew (Loog Odham ndr)”.

Da notare, comunque, che, noblesse oblige, non si sono mai registrati veri e propri scontri tra i componenti delle due band, come se ci fosse oggettivamente spazio mediatico per entrambi i gruppi, oltretutto slittando la popolarità mondiale degli Stones proprio dal ’67 ai primi anni sessanta, dopo che i Beatles l’avevano fatta da padrone tra il ’63 e il ’66. “Il libro inizia con una citazione da F. Scott Fitzgerald: ‘il banco di prova di un’intelligenza superiore è la capacità di sostenere simultaneamente due idee contrapposte senza perdere la capacità di funzionare’ ”, spiega l’autore in un’intervista apparsa in una rivista letteraria web. “Con queste parole sto cercando di suggerire che i Beatles e gli Stones erano sia amici che rivali e che hanno costruito tra loro un rapporto cordiale nonostante la competizione nelle vendite dei dischi, nell’influenza culturale, e nella credibilità estetica”. Poi è chiaro, i Beatles, complici la marijuana e Bob Dylan, nonché la strafottenza di Lennon davanti ad Elvis nel 1965 (si veda pagina 53 del libro dove l’autore di Imagine disse al re del rock and roll di avere scritto canzoni banali e interpretato filmetti idioti) uscirono fuori dallo spartito scritto da Epstein: “Non ci volle molto, tuttavia, perché i Beatles cominciassero a sentirsi prigionieri della loro immagine rassicurante e dei loro capelli a caschetto, e invidiassero gli Stones per la relativa libertà di movimento di cui godevano”, scrive McMillian in un passaggio del volume. “Un’altra cosa che probabilmente non andava giù ai Beatles era che Mick Jagger e compagnia si fossero conquistati una maggiore credibilità presso il «giusto» tipo di pubblico, non ragazzine isteriche ma bohémien e intenditori. Dei quattro Beatles, era soprattutto John Lennon a non sopportare il fatto di dover reprimere così spesso la propria personalità. Più avanti, il fatto che i Rolling Stones venissero dipinti dalla stampa underground come eroi politici della sinistra, mentre i Beatles erano associati all’idealismo soft degli hippy, fu ragione di grande irritazione per lui”.

L’approfondimento nella ricerca dell’ultimo periodo Beatles prima della separazione, e quello all’apice di popolarità degli Stones, ha un po’ meno frecce all’arco della documentazione e della brillantezza rispetto ad una prima parte del libro dedicata ai primi anni sessanta che svela il meccanismo della creazione ad hoc di brand e rivalità. Anche se è nell’epilogo che l’autore svela una sorta di inclinazione partigiana, cadendo nell’amletico dubbio (“ti senti più Beatles o Rolling Stones?”) a cui oramai chiunque è stato sottoposto: “Paradossalmente rifiutandosi di rimettersi insieme, i Beatles forse hanno lasciato un’eredità più solida. A differenza di altre leggende del rock e del pop degli anni ’60 e ’70, i Fab Four si sono ritirati quando erano quasi all’apice della forma. Non hanno annacquato il loro catalogo con una sfilza di dischi mediocri e non si sono reinventati come musicisti da tour, piazzisti che smerciano i loro successi di trenta-quarant’anni fa ai figli danarosi del baby boom”. Chissà se Jagger, Richards, Watts e Wood sono arrivati fino in fondo al libro. Beatles vs Stones: 1 a 0. Amplificatori, dischi e palla al centro.