Twist and shout, She’s a woman, I’m a loser, A hard day’s night, più altri 8 brani per 35 minuti di concerto e 50 anni fa – 24 giugno 1965 – i Beatles esordirono nel mini tour italiano al Velodromo Vigorelli di Milano. I Fab Four si ripeterono a Genova il 26 e a Roma il 27, anche se quell’evento di assoluto rilievo storico – i quattro non tornarono più in Italia a suonare – non è ricordato da chi lo visse da spettatore e da addetto ai lavori come qualcosa di trascendentale. Mentre gli Stati Uniti e dietro di loro mezzo mondo erano ai piedi dei quattro di Liverpool, la Beatlemania in Italia non era ancora scoppiata. John, Paul, George e Ringo suonarono davanti a 7mila persone nel live pomeridiano del Vigorelli, che aveva 22mila posti a sedere, e arrivarono a 20mila la sera.

Temperatura oltre i 35 gradi, due presentatori come Rossella Como e Lucio Flauto, diversi gruppi “supporters” (Le Ombre, Guidone e gli Amici, Angela, i New Dada, Fausto Leali e i Novelty, Peppino Di Capri e i Rockets) per anticipare dal vivo il concerto di John, Paul, George e Ringo; ma soprattutto dietro a quell’incredibile azzardo, che nonostante l’assenza del tutto esaurito fece la storia, ci fu il fiuto dell’impresario Leo Wachter:  ebreo polacco, profugo, antifascista, partigiano, organizzatore di un’infinità di eventi benefici e concerti (tra cui Who, Jimi Hendrix, Rolling Stones etc) e inventore del teatro Ciak a Milano. Per ricordare quell’evento pop entrato a far parte della storia del costume italiano, lo spazio ChiAmaMilano ospita presso la sua sede di via Laghetto 2 dal 24 giugno al 5 luglio 2015 un ricordo attraverso fotografie e memorabilia che rievocano quelle giornate milanesi dei Fab Four, grazie al contributo del collezionista Umberto Buttafava e ad alcuni materiali unici forniti dalla famiglia Wachter, con l’allestimento e il progetto grafico degli architetti Marcella Ricci e Maria Pietrogrande.

Suonai 20-25 minuti, fui l’ultimo dei “supporters” prima dei Beatles. Di solito in attesa della ‘vedette’ non ti fanno suonare, invece il pubblico ebbe il massimo rispetto e la cosa mi fece molto piacere e onore”, spiega al FQMagazine Peppino di Capri che suonò al Vigorelli, poi al Palasport di Genova e all’Adriano di Roma, prima dei Fab Four. “Avevamo la stessa casa di distribuzione discografica in Italia io e Beatles, la Carisch. E mi ricordo che nei loro uffici circolavano i provini dei Beatles e io gli diedi la spinta a pubblicarli. Erano primi in classifica in tutto il mondo tranne che in Italia e la Carisch chiese a me, che ero il loro artista di punta – il mio 45 Roberta era stato in testa alla classifica italiana per settimane un anno prima – di chiudere il primo tempo dello show”.

“Cantai cover in inglese con grande sfacciataggine. Il pubblico però era in generale molto educato e non come si vede nei classici filmati dei Beatles con le ragazzine isteriche. Fu una cosa più pacata, le adolescenti urlanti erano solo qua e là”, continua l’autore di Champagne, oggi 75enne. “Feci tutto il tour con loro. Viaggiammo sullo stesso aereo, pernottammo nello stesso albergo a Roma: io ero in una suite, loro occupavano un intero piano. Avevano delle bodyguard che ti tenevano lontani. Mai una pacca sulla spalla. Solo l’ultimo giorno il loro impresario ci fece avvicinare per una foto”.

“I due live di Roma, però, furono un flop. Il concerto pomeridiano all’Adriano andò quasi deserto. Forse il prezzo era troppo alto, solo le prime file erano piene, oltretutto di amici artisti entrati gratis. Il grande successo mondiale sfiorò poco l’Italia. La Beatlemania ci fu invece più avanti soprattutto nella moda, nella vendita di chitarre – tutti compravano il basso Hofner di McCartney – e nell’ambito del pop italiano nel darci una smossa, una sferzata oltre il piattume”.

“Li apprezzavo e ascoltavo con grande riverenza i Beatles, anche se pure io fin dal 1958 ho avuto ogni anno pezzi in classifica in Italia. Semmai per noi italiani la grande novità stava nel sentire suoni e volumi diversi nei concerti rispetto a come eravamo abituati. Noi avevamo amplificatori a 50 watt, loro enormi Vox: veri e propri armadi dietro la schiena con una potenza di suono dirompente. Comunque io ho girato in 16mm diversi pezzi del concerto di Milano. A parte qualche stralcio fatto da un paio di persone tra il pubblico a Roma, ho in mano una rarità che prestai gentilmente al Tg2 anni fa. Pensate che la Rai non solo non mandò le telecamere a seguire i live, ma sostenne apertamente la volontaria assenza dicendo “questi qua, tra sei mesi sono finiti”.

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