Istruzione e lavoro per tutti: solo così l’America sconfiggerà il suo razzismo. Parola di Irene Northrup Zahos, 73 anni, infermiera di New York in pensione, ma soprattutto discendente di Solomon Northup, che ha ispirato il film premio Oscar 12 anni schiavo e della cui autobiografia originale custodisce gelosamente una copia. Sequestrato con l’inganno a Washington nel 1841 da alcuni mercanti di uomini, Solomon, nato libero e padre di tre figli, rimase in catene per 12 anni nelle piantagioni di cotone della Louisiana prima di essere salvato. Intervistata da ilfattoquotidiano.it, la Northrup del XXI secolo (la r si è aggiunta al cognome nella Guerra di Secessione) parla di come il suo Paese tratta ancora oggi i “non bianchi”, quelli che Obama chiama ancora minoranze, ma che, secondo i numeri del Census Bureau, tra cinque anni saranno la maggioranza nelle culle a stelle e strisce. Da poco è stata lanciata una petizione perché venga attribuita a Solomon Northup la medaglia per la libertà. E ora Irene dice: “Ciò che è accaduto a Charleston in questi giorni, ci riporta indietro agli anni Cinquanta”.

Dodici anni schiavo è una storia vecchia, eppure ha fatto molto scalpore.
Quando è uscito il film, molte persone sono rimaste inorridite, incredule che tale violenza potesse esistere in America. Nei nostri libri di storia non si dice molto della tratta transatlantica degli schiavi, di quanto abbia influenzato l’America e la sua economia. Nei nostri libri di testo non si parla di molte persone di discendenza afroamericana e lo spazio dato al loro contributo alle scienze e agli studi umanistici è praticamente nullo. Le piantagioni, con il loro stile di vita, sono state romanticizzate da film come Via col vento o Band of Angels. La schiavitù è la spina dorsale su cui è stata costruita l’infrastruttura dell’America. Come tanto ha fatto la schiavitù per gli imperi britannico, portoghese e spagnolo.

La schiavitù è la spina dorsale su cui è stata costruita l’infrastruttura dell’America

Grazie a 12 anni schiavo, tutti conosciamo la storia di Solomon. Ma che destino hanno avuto i suoi discendenti?
Mio bisnonno Alonzo Northrup, unico figlio maschio di Solomon, si arruolò da volontario nelle truppe di colore degli Stati Uniti: credeva che l’Unione dovesse essere preservata. Nell’esercito il cognome fu storpiato in Northrup e così è rimasto. Le Usct erano guidate da ufficiali bianchi, l’avanzamento di gradi era limitato per i neri, che erano pure pagati meno e peggio vestiti. E, catturati dai soldati confederati, subivano più violenza dei bianchi: anziché essere fatti prigionieri, rischiavano la morte.

La situazione migliorò alla generazione successiva?
Suo figlio, mio nonno John Henry “Zip” Northrup, ha giocato a baseball nella Negro League. Giocavano solo con altre squadre di neri e in città conosciute. In alcuni hotel non erano i benvenuti e dormivano dove potevano, comprando cibo dove i negri erano accolti. Il pubblico delle loro partite era misto. Di solito i bianchi fischiavano, li denigravano e lanciavano loro spazzatura. Nonostante ciò Zip, chiamato così per le sue palle veloci, incoraggiò i suoi figli a giocare a baseball.

Arriviamo agli anni Cinquanta, alla tua infanzia. Quando ti scontrasti per la prima volta con il razzismo?
In quegli anni mio padre ottenne un lavoro nella costruzione di un’autostrada a Jacksonville, in Florida. Durante il nostro viaggio da New York State alla Florida, la gente del sud ci gridava “nigger”, “zebra”, “coon”. Fu molto doloroso, era qualcosa cui non eravamo abituati, avendo vissuto fino a quel momento in una piccola comunità agricola in cui le persone ci conoscevano bene. In Florida tutti i ristoranti, gli hotel, le stazioni di rifornimento e le fontane dell’acqua erano etichettate per colori specifici: solo neri o solo bianchi. Se provavi a violare questa disposizione, finivi col trovarti nei guai. Nel Sud era ancora diffusa l’idea di una supremazia bianca, era rimasta intatta la convinzione che chiunque fosse di colore, fosse senza valore e avesse come scopo servire i bianchi e tacere. Un retaggio dell’America di 400 anni fa. In Florida la mamma non si fidava a lasciarci uscire dai paraggi del vicinato e così restavamo sempre lì.

Negli anni Cinquanta la gente del Sud ci gridava “nigger”, “zebra”, “coon”. Fu molto doloroso, era qualcosa cui non eravamo abituati

Tranne una volta in cui con tua sorella ti avviasti a piedi verso la biblioteca…
Uno dei miei ricordi più vividi. Sentimmo un suono di tamburi e trombe. Pensammo a una parata. All’improvviso da uno dei negozi venne fuori un uomo, ci disse di entrare subito. Quando fummo all’interno, chiuse la porta d’ingresso e abbassò le tapparelle. Ci disse di non avere paura, che fuori saremmo state in pericolo. La “parata” si avvicinò, la musica incalzava. Senza dare nell’occhio abbassai un’asta della tapparella per vedere meglio e sobbalzai vedendo la gente con i cappucci e le tuniche bianche. A un certo punto, in una breccia del gruppo, vidi un camioncino con l’effigie di un uomo nero impiccato a una corda. Avevano messo un palo di legno sul retro del furgoncino, che faceva oscillare la figura. Uno egli incappucciati prese un fiammifero e accese il pupazzo dalla punta dei piedi. Le fiamme salirono e consumarono il fantoccio. Appena il gruppo se ne fu andato, il proprietario del negozio telefonò a nostra madre, le raccontò cos’era successo e le assicurò che saremmo tornate a casa sane e salve.

Selma, The Help, 12 anni schiavo… Hollywood riscopre la storia nera?
Credo che a risvegliare l’interesse ultimamente sia soprattutto la copertura mediatica delle recenti morti dei nostri uomini neri. Si è puntata l’attenzione su espressioni come “privilegio bianco” e “supremazia bianca”, sul problema dell’incarcerazione dei neri rispetto a quella dei bianchi, sulla povertà, l’istruzione, l’occupazione e tutte quelle cose che portano tensione nella nostra società e, è sotto gli occhi di tutti, in Europa.

Bisogna puntare l’attenzione su povertà, istruzione, occupazione e tutte quelle cose che portano tensione nella nostra società e, è sotto gli occhi di tutti, in Europa

Qual è la soluzione a questi scontri secondo la discendente di Solomon?
Bisogna portare ogni persona dentro la discussione pubblica, essere pronti ad ascoltare in modo aperto senza costruire barriere di intolleranza. Le percentuali di diplomati sono basse nelle nostre scuole, dobbiamo pensare a come tenere vivo l’interesse per la scuola. Servono modelli da seguire, che abbiano influenze positive, creative e costruttive sui giovani. Dobbiamo riflettere sui sistemi che ostacolano l’uguaglianza. Far lavorare i nostri, non delocalizzare le industrie. Cercare le cause dei livelli sproporzionati delle incarcerazioni e delle sentenze emesse che mettono in galera una persona di colore più a lungo di qualsiasi bianco.

Intanto sulla morte di Solomon aleggia ancora un mistero…
E’ stato un lungo percorso. Mi piacerebbe poter dire che abbiamo trovato Solomon, dove è morto o dove è sepolto… ma non è così. Un giorno forse.