La chiusura della maxi-inchiesta Aemilia, la prima organica indagine sulla ‘ndrangheta in Emilia Romagna, è alle porte. Ma al momento a Bologna non esiste un’aula abbastanza grande perché si possa celebrare il primo maxiprocesso per mafia. Al momento gli indagati sono oltre 200 e così si stima che tra imputati, avvocati, pubblico e giornalisti, quando si aprirà il dibattimento potrebbe servire posto per almeno 350 persone, ma la stima è ottimistica. L’allarme arriva dal presidente del tribunale di Bologna Francesco Scutellari e dal procuratore capo della Dda Roberto Alfonso. I due magistrati hanno già scritto al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, e non è escluso possa tenersi presto un incontro. “Il ministero, pur sollecitato, non ha ancora trovato una soluzione – ha spiegato Scutellari a margine di una assemblea regionale della Associazione nazionale magistrati – siamo estremamente preoccupati, il rischio reale è che decadano le misure cautelari detentive e questo darebbe un’immagine veramente negativa per la giustizia italiana anche a livello internazionale”. Preoccupazione è stata espressa anche da Lucia Musti, presidente dell’Anm Emilia Romagna.

Già in autunno potrebbero iniziare le udienze preliminari e forse entro l’anno potrebbe anche il processo. Da mesi, insieme al Comune di Bologna che per legge deve farsi carico delle aule giudiziarie, i magistrati stanno cercando una sede adatta. Ci vorrà spazio e misure di sicurezza adeguate, visto che tra i numerosi imputati ci potrebbero essere anche pericolosi affiliati alla ‘ndrina emiliana sgominata a gennaio. Per il momento tuttavia, ammette lo stesso procuratore Alfonso, i locali passati in rassegna sono risultati “inidonei”. E così il pm non esclude neppure l’ipotesi che il processo Aemilia sia costretto a traslocare da Bologna in un’altra città.

A Bologna del resto ci sono poche alternative. L’attuale tribunale di via Farini – un edificio storico preso in affitto alcuni anni fa dal Comune tra le polemiche di chi lo considerava angusto e poco adatto alle aule giudiziarie – viene scartato a priori. Nei mesi scorsi le udienze del tribunale del Riesame riguardanti l’operazione Aemilia, dove gli indagati si presentavano uno per volta con i loro avvocati, avevano dovuto comunque tenersi nell’aula d’assise della Corte d’appello di Bologna, anche questa in pieno centro storico. In quell’occasione per strada all’esterno del palazzo, per molte settimane avevano stazionato camionette della polizia e decine di agenti per garantire la sicurezza. Tuttavia per il processo quelle misure di sicurezza andrebbero moltiplicate e il centro di Bologna verrebbe bloccato per mesi e mesi. Non è detto poi che i cittadini accetterebbero il prolungarsi di un disagio simile: l’inchiesta Aemilia del resto è sempre stata sentita come cosa lontana dai bolognesi perché gran parte dei fatti contestati non riguarda Bologna, ma Reggio Emilia, Modena, Parma e le rispettive province.

Nella ricerca di un’aula adatta sono state ipotizzate varie soluzioni poi messe da parte. Si sono visitati, con esito negativo, dei teatri, ed è stato poi scartato l’utilizzo dell’aula bunker al carcere bolognese della Dozza perché troppo piccola. Ora si sta cercando di capire se sarà possibile utilizzare un padiglione di Bolognafiere. Potrebbe essere questo il luogo adatto, ma ancora il ministero della Giustizia non ha espresso un suo parere in merito. La Fiera peraltro non è di proprietà del Comune (che ne è solo azionista) e bisognerà quindi capire quali saranno i costi per un eventuale affitto e la disponibilità. E intanto i tempi stringono.

Il lavoro dei pm della Direzione distrettuale antimafia di Bologna è infatti arrivato al termine: dopo l’operazione dei Carabinieri che il 28 gennaio aveva portato agli arresti 117 persone, molte delle quali con l’accusa di associazione mafiosa o concorso esterno in associazione mafiosa, entro fine giugno partiranno 224 avvisi di conclusione indagine. Il tribunale del Riesame in molti casi ha confermato le misure cautelari deciso dal Gip, mentre in pochi altri ha liberato gli indagati. Secondo i pm tuttavia  l’impianto generale della accusa ha tenuto. All’inchiesta hanno lavorato il sostituto procuratore Marco Mescolini e il sostituto della Direzione nazionale antimafia Roberto Pennisi. A coordinare le indagini è stato proprio Roberto Alfonso che fra pochi giorni però lascerà la procura emiliana per approdare a Milano dove assumerà la carica di procuratore generale.