Il 20 giugno scorso è ricorso, come ogni anno a partire dal 2001, il World Refugee Day – la Giornata mondiale del rifugiato – ma quest’anno, più che in passato, il peso silenzioso delle istituzioni è stato assordante.

Nonostante il fenomeno della migrazione sia sempre più in espansione e riguardi sempre di più il Vecchio Continente, sembra che l’evento annuale di sensibilizzazione al tema, sia scivolato tacitamente in secondo piano nel panorama nazionale, rispetto ad altri eventi quali il Family day.

Lo stesso atteggiamento di indifferenza e paura, purtroppo, ha avuto un suo corrispettivo a livello internazionale. Emblematico è, infatti, un recente episodio che ha coinvolto il Parlamento europeo, il quale ha negato – per il contenuto profondamente provocatorio – l’esposizione di 55.000 foto scattate sotto il regime di Assad ritraenti le vittime torturate dalla polizia.

Incapace di contestualizzare e gestire i dibattiti roventi che riguardano la questione siriana, il Parlamento europeo li ha schivati frettolosamente, evitando di scoperchiare il “vaso di Pandora”.

Oggi, però, la questione immigrazione deve costituire un tema prioritario che non può più essere ignorato o nascosto, e che non deve riguardare esclusivamente i dibattiti nazionali dei Paesi di prima accoglienza, quali Grecia, Italia, Spagna, Malta e Ungheria.

In Italia gli immigrati si sono riversati nelle piazze e nelle stazioni delle principali città e, consci dei lenti meccanismi burocratici nostrani, tentano autonomamente l’attraversamento delle frontiere, creando notevoli problemi di equilibrio interno e internazionale, come nel caso della Francia, unico Paese che fino ad ora non ha denunciato le inadempienze italiane rispetto alla Convenzione di Dublino – secondo cui il primo Paese di arrivo è incaricato di esaminare le domande di asilo e il riconoscimento dello status di rifugiato – rivendicata a gran voce da Svizzera, Austria e Germania.

Dublino è, però, un sistema rivelatosi inadeguato. La Commissione, infatti, sta timidamente studiando un meccanismo di distribuzione che tenga conto di indicatori quali il Pil, la popolazione, il tasso di occupazione e il numero di rifugiati già accolti, oltre che valutando un sistema di trasferimento obbligatorio dei rifugiati da un Paese all’altro dell’Ue in caso di afflusso massiccio.

Non di meno la quota massima considerata accettabile per la Ue è di 20.000 permessi annuali, cifra corrispondente ad appena un quinto degli ingressi nei primi mesi del 2015 e a circa un decimo delle richieste d’asilo sempre nello stesso periodo.

Nonostante la soluzione alla questione sia ancora lontana, con il recente draft agreement on Mediterranean Migrants sembra che gli Stati europei abbiano fatto un ennesimo passo indietro. Accettata la “quota” di 20.000 sfollati annui per due anni, i ventotto rifiutano un’intromissione da parte delle istituzioni europee e affideranno – almeno secondo la bozza provvisoria dell’accordo – la riallocazione degli immigrati ai rispettivi governi che si coordineranno tra loro.

Qui risiede il nodo della questione. I Paesi europei mediterrani lamentano –non a torto- la scarsa solidarietà europea. Tuttavia, oltre agli egoismi nazionali, emerge un quadro di inadeguatezza e miopia delle istituzioni internazionali e dei governi nazionali che, anche quando concordi, non sono in grado di avere una visione a lungo raggio di un fenomeno irreversibile, in cui l’Europa ha una pesante responsabilità.