La “zero problemi con i vicini”, la filosofia geopolitica del primo ministro turco Ahmet Davutoglu, ex Ministro degli Affari Esteri della Turchia, non è fatta solo di rapporti con il Medio Oriente. Nell’orizzonte turco c’è ben altro: esiste una sfera di influenza diplomatica che tende a raccogliere tutto ciò che era all’interno dei confini del vecchio Impero Ottomano, e che in realtà ad oggi va oltre, arrivando a spingersi all’America Latina e al Corno d’Africa, con gli investimenti che la Turchia effettua ad esempio in Somalia e Djibouti. Ma per rimanere nello stretto “vicinato”, Ankara rinsalda i rapporti con i paesi dell’ex cortina di ferro, anche oggi che sembra vacillare la leadership dell’AKP, il partito che tanto ha voluto negli ultimi dieci anni una ventata distensiva in politica estera.

Dai Balcani al Caucaso, il suo “soft power” viaggia soprattutto sui binari dei finanziamenti energetici e della persuasione culturale, quest’ultima anche attraverso la trasmissione all’estero di soap opera cult turche. Da Tirana al Mar Nero, le telenovela ispaniche sono infatti ormai state rimpiazzate da quelle turche, non fosse altro per un messaggio sociologico storicamente più vicino tra le due realtà. Guai però a parlare di “modello”, che sia economico o democratico: dopotutto il dissesto finanziario dal quale Ankara ha dovuto riemergere nel 2002 e, una per tutte, la sua legge elettorale, accanto alla difesa dei diritti di genere, hanno reso il paese un amico dal quale guardarsi comunque le spalle.

Braccio armato della Turchia nei paesi di là dal decaduto muro di Berlino è la TIKA (Türk İşbirliği ve Kalkınma İdaresi Başkanlığı), l’Agenzia Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo. Le sue basi furono gettate già nel 1992, proprio con la caduta dell’URSS, ma è con l’arrivo dell’AKP di Erdogan al governo, nel 2002, che la sua forza si è rinvigorita: con sedi dall’Albania alla Mongolia, la TIKA provvede a finanziare e costruire scuole dotate di servizi (una per tutte quella di Kotelnikovo in Crimea), ospedali e centri di eccellenza, come il reparto di Neurologia a Doboj nella Repubblica serba della Bosnia-Erzegovina, e moschee in Montenegro, sulla strada tra Podgorica e Rojaye. Acquista cibo per la popolazione kosovara, investendo anche nel mercato del tessile.

Una pioggia di milioni che arrivano direttamente dal governo centrale e vengono stanziati in diversi settori: negli ultimi 10 anni, Ankara ha aumentato gli stanziamenti di denaro per il progetto da 72 a 707 milioni di dollari. L’Agenzia investe ad esempio il suo 44,44% nel Caucaso, oltre che in Medio Oriente, in particolare nello sviluppo di infrastrutture economiche e industriali, in sanità e cultura, programmi di tirocini chi vuole studiare in Turchia, inclusi i programmi per imparare la lingua. Sempre in Georgia, Armenia e Azerbaijan, Ankara investe attraverso la TUKSON (la Confederazione Turca degli Imprenditori e degli Industriali), che ha lanciato un vero e proprio ponte di cooperazione tra le due regioni, e la DEIK (il Consiglio per le Relazioni Economiche Estere).

Al centro delle relazioni multilaterali tra i paesi dell’area ci sono i traffici commerciali ed energetici del Mar Nero, per un ammontare di più di 1 miliardo di dollari. Turchia e paesi dell’est Europa stringono alleanze sempre più solide, anche in base a quanto riferito dal report europeo annuale sulla Turchia: il paese di Erdogan apre le frontiere per la concessione di visti con l’Ungheria, garantisce elettricità alla Romania, investe nella logistica polacca per 5 miliardi di dollari.

Rapporti idilliaci, dunque? Non del tutto. Almeno non al confine con la Bulgaria, ad esempio, dove il governo di Sofia ha annunciato di voler continuare con la costruzione di un muro lungo 160km per impedire l’afflusso di migranti dal Medio Oriente, che attraversano proprio la Turchia per arrivare nel cuore dell’Europa. Se dunque, anche con la Bulgaria esiste un progetto dal marzo del 2014 per la costruzione di un nuovo gasdotto che colleghi i due paesi, oltre che per la fornitura di energia elettrica, l’interesse nazionale di Sofia ha posto restrizioni alla libera circolazione di migranti, così come di denaro proveniente dalla Repubblica turca di Cipro del Nord.

E non sono da meno i rapporti con l’Ucraina, dove la parola d’ordine sembra essere “sicurezza”: a marzo Erdogan ha foraggiato le casse ucraine con più di 46 milioni di euro, per aiutare il paese a uscire dal deficit, dichiarando, durante una sua visita a Kiev, di aver stanziato altri 9,2 milioni di euro per i diritti dei Tatari turchi in Crimea. Tutto questo senza voler insospettire Putin, con il quale il leader turco è al lavoro per il Turkish Stream, il gasdotto che correrebbe tra Turchia e Grecia, bypassando questa volta proprio l’Ucraina. Senza dimenticare che Ankara dipende da Mosca per il suo approvvigionamento energetico, l’equilibrio resta comunque labile: Mosca è gelosa del suo “cortile di casa”, e il tentativo di riscatto da parte dei paesi dell’ex cortina di ferro attraverso l’àncora Turchia potrebbe far decidere la Russia ad ammainare la bandiera bianca.