E’ costituzionale bloccare tutti gli stipendi della pubblica amministrazione per salvare i conti dello Stato, senza distinguere tra chi prende 16mila euro lordi l’anno – per esempio, un usciere della Farnesina – e chi, nello stesso ministero, ne porta a casa 72 mila come un consigliere d’ambasciata, o 93 mila come un ministro plenipotenziario, o 108 mila come un ambasciatore? E’ rispettoso della Costituzione rinnovare automaticamente tale blocco di anno in anno, da una legge di stabilità all’altra, continuando a tartassare i più tartassati senza cercare di redistribuire i sacrifici o trovare introiti alternativi per le casse dello Stato?

Gran bella domanda. Vale, secondo l’Avvocatura dello Stato, almeno 35 miliardi di euro e la risposta, martedì 23 giugno, rischia di far saltare in aria i conti italiani. Così è partito l’allarme rosso: il costo dello sblocco degli stipendi della Pa, infatti, «non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi» per il periodo 2010-2015, con un «effetto strutturale di circa 13 miliardi» a partire dal 2016. I sindacati minimizzano, denunciando «cifre gonfiate» e «pressioni indebite sui giudici». E la Corte Costituzionale (nella foto in alto il presidente Alessandro Criscuolo con il capo dello Stato Sergio Mattarella) si troverà a dare una risposta difficilissima a una domanda ancora più difficile: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (articolo 1 della Costituzione) o sul pareggio di bilancio (articolo 81)? Ed è giusto, per mettere in sicurezza i conti pubblici, sacrificare i diritti individuali garantiti dall’articolo 2 e dall’articolo 3 («Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge») della nostra Carta, imponendo pesanti sacrifici soltanto a una parte della popolazione?
A rendere esplosiva la questione davanti alla Corte non sarà tanto il ricorso «Nardini+59»  contro il blocco stipendiale, ma le motivazioni dell’ordinanza 125/2014 con cui il giudice del lavoro di Ravenna, Roberto Riverso, esaminando il ricorso ha individuato tutte le possibili violazioni, da parte dei governi che hanno deciso e prolungato il blocco suddetto, della nostra Costituzione. Dalla tutela del lavoro e del diritto alla retribuzione (articoli 35 e 36) a quello dell’eguaglianza (3), dall’adempimento dei doveri di solidarietà economica e sociale (articolo 2) alla libertà sindacale (articolo 39), ecco tutti i dubbi sollevati dal giudice di Ravenna nel silenzio quasi totale dei media. E che non riguardano solo i 3,23 milioni di dipendenti pubblici, ma tutti i cittadini del Paese.

Il famoso blocco risale al 2010, ad opera dell’allora ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, che «in un momento delicato della vita nazionale» e con lo scopo di «realizzare, con immediatezza, un contenimento della spesa pubblica» decide di congelare gli stipendi dei dipendenti pubblici per il triennio 2011-2013. Il governo di Enrico Letta proroga il blocco per tutto il 2014 con la legge di stabilità. Matteo Renzi fa altrettanto, fino al 31 dicembre 2015.

E qui cominciano non solo i ricorsi dei dipendenti pubblici e dei sindacati, ma anche le perplessità dei giudici del lavoro. Riverso è solo il primo a sollevare l’eccezione di costituzionalità, di cui sarà relatrice alla Corte Silvana Sciarra, docente di diritto del lavoro al Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Firenze, eletta alla Consulta col via libera del Movimento 5 Stelle. Per intenderci, la stessa giurista che è stata relatrice della sentenza-bomba con cui la Corte ha dichiarato incostituzionale il blocco della perequazione sulle pensioni superiori a tre volte il minimo.
Riverso, rivolgendosi alla Corte, è partito da un concetto basilare: «il legislatore, nell’imporre sacrifici anche onerosi, deve rispettare sia l’art.3 della Costituzione», ossia il principio di uguaglianza, ma anche quello di ragionevolezza, cioè la condizione che «i suddetti sacrifici siano eccezionali, transeunti, non arbitrari» e vadano dritti allo scopo.

E qui, secondo il giudice Riverso, casca l’asino: le misure in discussione, benchè spacciate per eccezionali, sono diventate una costante. Non solo: «non sono nemmeno coerenti allo scopo prefissato, in quanto hanno inciso sui dipendenti a reddito più basso», spremendo le buste paga più povere e risparmiando le più ricche. Altro che gradualità dei sacrifici imposti (articolo 53 della Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva») e principio di solidarietà (articolo 2)! «Proprio i dipendenti pubblici con stipendi più bassi vengono colpiti a scapito di soggetti con più elevato reddito» mette nero su bianco il giudice ravennate. E fa pure gli esempi: «i diplomatici sono esentati dal blocco mentre il semplice impiegato vede lo stipendio bloccato», al Viminale «i prefetti non hanno il blocco stipendiale e i semplici dipendenti sì», ai magistrati «è stato rimosso il blocco contributivo, mentre permane» per gli altri lavoratori del comparto Giustizia.

Non basta ancora. Oggi, 23 giugno, la Corte suprema è chiamata a pronunciarsi anche sulla violazione degli articoli 35 e 36 («il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro»): «In questi anni di blocco contrattuale, i lavoratori non solo non hanno avuto aumenti di stipendio, ma hanno perso circa l’8 per cento del loro potere d’acquisto» calcola infatti l’avvocato del sindacato Confsal-Unsa, Pasquale Lattari, che ha promosso il ricorso. E a fronte di questa perdita netta, «e non più recuperabile», secondo il giudice Riverso «è aumentato il carico e il ritmo stesso del lavoro» a causa del blocco del turn-over negli uffici pubblici. I pensionati non vengono più rimpiazzati. Si lavora di più ma l’anzianità non viene più riconosciuta, l’impegno idem. La maggiore esperienza professionale del lavoratore va a «beneficio» solo del «datore di lavoro pubblico». Risultato: salta completamente «il rispetto del principio costituzionale della proporzionalità tra il lavoro svolto e la sua remunerazione».

D’accordo. Dal 2012 la Costituzione ha anche un nuovo articolo, il numero 81: «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico». Ma al pareggio di bilancio si può arrivare in tanti altri modi, suggeriscono le commissioni Bilancio di Camera e Senato: combattendo con più decisione l’evasione fiscale e la criminalità economica, per fare un esempio. «Colpire sempre i soliti (e poveri) noti è la via più comoda e più facile. Ma anche la più ingiusta» spiega l’avvocato Lattari. Vedremo se la Suprema Corte la giudicherà anche incostituzionale.