Se farete spazio anche solo per una sera ad un capolavoro della storia del cinema, sarete ripagati nel suo ricordo per il resto della vita. Viaggio a Tokyo di Yasujiro Ozu torna in una sala di prima visione per un giorno – 22 giugno 2015 – all’Anteo e all’Apollo di Milano grazie alla distribuzione indipendente della friulana Tucker Film, in collaborazione con la Shochiku di Tokyo e FICE – Federazione italiana dei cinema d’essai. All’opera del 1953 seguiranno per un mese a cadenza settimanale anche altri titoli importanti della filmografia del regista giapponese nato nel 1903 e morto il 1963 a Tokyo: Fiori d’equinozio (1958), Buon giorno (1959), Tardo autunno (1960) e Il gusto del sake (1962). Per un totale di cinque giorni di prima visione dedicati un regista mai osannato come dovuto anche dalla platea cinefila italiana.

“Viaggio a Tokyo uscì in Italia a metà degli anni sessanta, a dieci anni dalla sua realizzazione, e perlopiù in qualche cineclub di Roma. Questo film, come del resto tutti i suoi film, non hanno mai avuto una distribuzione vera in sala, è la prima volta che capita, è una rarità”, spiega al fattoquotidiano.it Dario Tomasi, uno dei più grandi esperti europei di cinema giapponese, storico del cinema (con Rondolino ha scritto la pietra miliare “Manuale del film” – Utet) e biografo di Ozu in più volumi editi per Lindau e Il Castoro.

“L’importanza di questo film si basa su alcuni dati incontrovertibili. La rivista Sight&Sound dal 1952 chiede ogni dieci anni ai più importanti critici mondiali la loro top ten dei migliori film e Viaggio a Tokyo c’è sempre, vuoi al secondo o al terzo posto, ma c’è sempre. È l’unico film asiatico sempre presente in graduatoria: un dato oggettivo che dimostra l’importanza assunta nel tempo e nel mondo”. Viaggio a Tokyo è la storia di un’anziana coppia di genitori (Shukichi e Tomi) che si apprestano a lasciare per qualche settimana la loro cittadina e la figlia più giovane per andare a far visita ai figli che vivono a Tokyo. Una volta giunti nella capitale i due vengono ospitati prima nella casa del figlio, poi in quella della figlia, ma questi ultimi presi entrambi dal loro lavoro non dedicano molto tempo ai genitori. I due anziani diventano in breve tempo un ingombro da depositare qua e là: dalla vedova di un altro figlio morto in guerra che li porta a visitare la città, poi spediti al mare dove disturbati dalle usanze rumorose dei clienti decidono di tornarsene a casa. È qui che Tomi accusa un malore passeggero prima di tornare a Tokyo per riposarsi una notte. Nella capitale i due coniugi si dovranno separare per una notte. La loro odissea di viaggio si conclude con il ritorno a casa che corrisponderà anche con la morte di Tomi.

“Pur essendo radicato nel costume e nella tradizione giapponese il cinema di Ozu affronta tematiche universali della vita quotidiana della piccola e media borghesia. In Viaggio a Tokyo i temi dominanti sono la famiglia, l’allontanamento dei figli, l’ineluttabilità della separazione. Allo stesso tempo c’è un rovescio della medaglia, lo spettatore avverte qualcosa di diverso e insolito: uno stile e una modalità di rappresentazione peculiari che non hanno nulla in comune con i colleghi coevi come Mizoughi o Kurosawa più legati ad un’idea più esotica del Giappone, anch’essa di successo in Occidente, fatta di samurai e geishe”, continua Tomasi. Emblematica l’inquadratura abbassata ad altezza da tatami, marchio di fabbrica di Ozu fin dagli anni trenta: “Non è una leggenda. Ozu è il primo ad abbassare la macchina da presa e ad inventarsi un’inquadratura. Prima e diversamente da Welles e Toland in Quarto Potere con le loro angolazioni dal basso, Ozu mantiene l’obiettivo basso, la m.d.p. parallela a terra. Qualcuno riconduce la scelta ad un’esigenza legata al modo di sedersi tra giapponesi, modello tatami, ma il regista la usa anche in luoghi “occidentalizzati” nei suoi film come gli uffici”.

“Il cinema di Ozu  mette in guardia rispetto a certi miti della ricostruzione e della occidentalizzazione del Giappone dell’epoca, ma è allo stesso tempo un cinema che rispecchia l’aspetto essenziale tipico giapponese della ricerca dell’armonia (“Wa”): si genera un conflitto che tende ad essere risolto per stabilire una nuova armonia tra le parti, in questo caso tra genitori e figli. Un volere non per sé, ma un volere assieme all’altro. Ci sono anche scelte stilistiche per confermare questo assunto dell’armonia come le “pose parallele” con i personaggi in scena uno vicino all’altro che assumono la stessa posa”.

“Ho un ricordo personale su Viaggio a Tokyo risalente a poco più di 10 anni fa – conclude Tomasi – Lo andai a rivedere in una grande sala della capitale e andai 30 minuti prima perché altrimenti sarei rimasto fuori. Ozu viene mostrato di continuo in Giappone, ha un po’ il valore mitologico di un Fellini o Antonioni in Italia, tanto da avere creato un filone di emuli come Hirokazu Kore-eda e Naomi Kawase che con i loro film finiscono nei concorsi dei più importanti festival mondiali”.

Il trailer