In questi giorni non si fa che discutere circa la situazione tragica dei migranti nel cuore dell’Unione Europea, di cui il caso di Ventimiglia resta indubbiamente il più eclatante. Dalla discussione discendono, spesso, conseguenze che vanno necessariamente a toccare una galassia di problemi più o meno pertinenti: tra queste, si è imposta all’attenzione, in questi ultimissimi tempi, la problematica inerente al tema dei ponti e dei muri. Come era prevedibile, la discussione si è subito polarizzata in due posizioni tra loro antitetiche: da un lato, coloro che a tutti i costi rivendicano l’esigenza di abbattere i muri e di costruire i ponti, simbolo dell’unione tra i popoli e le civiltà; dall’altro, quanti, in maniera opposta, vorrebbero abbattere i ponti ed erigere i muri, per difendere il proprio territorio dalle invasioni, ma poi anche per preservare la propria identità.

Ora, queste discussioni restano astratte, sterili e, oserei dire, dannose fintantoché non si ragiona seriamente, contestualizzando la questione e dicendo apertamente ciò che di per sé è evidente: il valore dei ponti e dei muri cambia di situazione in situazione, a seconda del contesto e dell’uso. La tesi di chi sostiene che abbattere i muri è sempre positivo è facilmente confutabile se si considera, ad esempio, la tragica vicenda del 1989: il crollo disastroso del Muro di Berlino ha aperto la stagione delle liberalizzazioni e della precarizzazione forzata del lavoro, nonché dell’erosione progressiva dei diritti. Peggio del mondo diviso nei due blocchi poteva esserci solo ciò che è venuto dopo. Paradossalmente, quelli che oggi celebrano la fine del Muro sono, troppo spesso, gli stessi che vorrebbero nuovi muri per difendere la loro identità minacciata, a loro dire, dai flussi migratori.

A costoro vorrei ricordare che la nostra identità non è minacciata dagli immigrati, ma dal consumo, dall’omogeneizzazione mediatica, dalla generalizzazione dell’utilitarismo e dal modello unico del consumatore anglofono. Le identità sono dissolte a opera dell’apparato tecnocapitalistico, che tutto uniforma, annichilendo ogni diritto alla differenza.

Per quel che riguarda la tesi circa l’incondizionata bontà del creare ponti, può anch’essa facilmente essere decostruita tramite esempi storici. Tra i tanti possibili, vorrei ricordare quello – raccontato anche da Eschilo nei Persiani – circa il tentativo del sovrano persiano Serse di gettare un ponte sull’Ellesponto per conquistare la Grecia. Altro che unione dei popoli e delle civiltà! In questo caso il ponte è al servizio di un’impresa “imperialistica”, come diremmo oggi.

Ciò significa che muri e ponti non sono malvagi o buoni in assoluto. Vi sono momenti storici e contesti in cui i muri servono ed altri in cui è bene superarli. Elogiarli o rifiutarli in modo unilaterale è superficiale e sciocco. Occorre valutare caso per caso, con un sapere storicamente educato.

Quel che è certo è che la vicenda della Francia che chiude le frontiere, facendo “muro”, e respinge i migranti verso Ventimiglia è emblematica. Rivela – e non è un paradosso! – che l’Unione Europea in realtà non esiste: chiamiamo Europa e Unione Europea la semplice esistenza della Banca Centrale, della moneta unica e di una giunta militare di tipo economico che affama i popoli e distrugge i diritti sociali, imponendo il modello unico del neoliberismo selvaggio e senza limitazioni. Degli ideali dei popoli fratelli, cooperanti, liberi, eguali e democratici nemmeno l’ombra! È l’Europa in cui circolano liberamente le merci, i capitali e le operazioni finanziarie, mentre gli uomini sono sottoposti all’umiliazione del permesso di soggiorno.

Sia detto al di là di ogni retorica, la Francia dovrebbe vergognarsi di sé per come si sta comportando al confine con Ventimiglia. Dopo aver fatto guerre imperialistiche e colonialistiche (Algeria, ecc.), i francesi fanno ora valere – a corrente alternata – il principio del “ciascuno a casa sua”. Se fossero coerenti, sarebbero allora essi stessi i primi a “starsene a casa loro”, anziché invadere, come di recente (2011), la Libia di Gheddafi. Sono i francesi stessi i primi responsabili di queste ondate di donne e uomini disperati e in fuga verso l’Europa, poi vergognosamente respinti come merci non richieste.