Il negoziato tra l’Ue e la Grecia non è mai stato così vicino a una conclusione positiva. Perché non è mai stato così vicino a un fragoroso fallimento. Fin quando i Paesi dell’euro e Atene negoziavano ‘pro forma’, convinti gli uni e l’altra che alla fine l’interlocutore avrebbe mollato, le posizioni sono rimaste lontane: uno stucchevole procedere ‘un passo avanti e uno indietro’, con più danni che vantaggi (fra i danni, il deteriorarsi della situazione in Grecia e la perdita di stima e di fiducia, se mai ce n’erano state, tra Yanis Varoufakis e i suoi colleghi).

Grecia, nessun accordo all'Eurogroppo in Lussemburgo

Cinque mesi di manfrine e di ‘ammoina’, con il governo di Alexis Tsipras che prometteva riforme mai presentate, e tanto meno fatte, e l’Eurogruppo che ne bocciava l’una dopo l’altra le proposte, ma comunque rinviando o ammorbidendo le scadenze, mentre la Bce concedeva margini di liquidità necessari a tirare avanti. Che potesse andare avanti così a lungo s’era capito dalla furbata iniziale: dopo le elezioni greche di fine gennaio e l’ascesa al potere della forza di sinistra radicale ed euro-critica di Syriza, Atene non voleva più parlare con la Troika? Pronti, d’ora in poi la trattativa sarebbe stata con le Istituzioni internazionali, la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale, cioè la Troika, con un nome diverso. Ma tutti avevano lasciato credere che qualcosa fosse cambiato.

Affermazioni retoriche come quella di Valéry Giscard d’Estaing, ex presidente francese, uno dei padri dell’integrazione economica e finanziaria europea, secondo cui l’Europa senza la Grecia è come un bambino senza certificato di nascita, alimentavano da una parte e dall’altra la convinzione che alla fine le cose si sarebbero aggiustate. Il che sarà probabilmente vero – io ne resto convinto -, ma passando attraverso un negoziato reale e concessioni concrete, dall’una parte e dall’altra.

Anche le narrative della vicenda stile Davide contro Golia, o ancora Robin Hood contro lo sceriffo di Nottingham, sono assolutamente fuorvianti: la Grecia non è arrivata dov’è arrivata per colpa dell’Ue, ma per colpa di se stessa, conti truccati, riforme non attuate, un’assurda penalizzazione elettorale del partito che cercava di riparare i danni, i socialisti, a vantaggio del partito che li aveva provocati, i centristi, prima di capire che la situazione era seria e quindi di ribellarsi alla cura senza misura imposta di Bruxelles. Che ha avuto i suoi torti, e non pochi, pretendendo tutto in una volta da un Paese allo stremo quello che va fatto gradualmente e quando l’economia gira, non quando è già in panne.

L’alzarsi dei toni, negli ultimi giorni, indica che le parti hanno capito che devono davvero trattare. E l’arrivo del negoziato, come inevitabile, sul tavolo dei capi di Stato e di Governo dei 28, che lunedì si riuniranno in formazione EuroZona –una formazione da consolidare per migliorare la governance dell’euro,- non lascia spazio di ulteriore appello: bisogna creare i presupposti perché poi ministri dell’Economia e tecnici chiudano davvero.

Un fallimento non avrebbe effetti economici analoghi sulle due parti. Il Grexit, l’uscita della Grecia dall’euro, avrebbe conseguenze catastrofiche per i cittadini greci: “Diventeremo poverissimi”, avverte il governatore della banca ellenica Yannis Stournaras; e nessuno farebbe più credito a chi dichiaratamente non paga. Né ci si può illudere che Mosca possa davvero supplire all’Unione.

Sul resto dell’EuroZona, l’impatto sarebbe molto minore: la Grecia ne rappresenta appena il 3% circa e il suo debito è ormai detenuto per l’essenziale dalla Bce e dalla Banche centrali europee. Ma il Grexit avrebbe comunque contraccolpi sull’euro, riducendone nell’immediato la forza e a termine la credibilità, e globalmente sul progetto d’integrazione. La solidarietà ne è componente essenziale: l’Unione deve dimostrarne, verso la Grecia come sul fronte dell’immigrazione.