Con la sua L’Alternativa, Ettore Folliero è il volto italiano del Sziget Festival di Budapest, uno degli happening musicali più famosi d’Europa. Anche quest’anno, l’impegno di Folliero per promuovere l’evento nel nostro Paese è stato ciclopico: dall’organizzazione dei viaggi dei tanti ragazzi che vogliono vivere quell’esperienza allo scouting di band emergenti, fino alla selezione dei gruppi italiani che avranno l’onore di suonare sul palco della suggestiva isola in mezzo al Danubio. Quest’anno l’appuntamento è dal 10 al 17 agosto, con una line up che fa tremare le vene ai polsi: Robbie Williams, Florence and the Machine, Major Lazer, Kasabian, Avicii, Marina and the Diamonds, Gogol Bordello, Asaf Avidan e tantissimi altri grandi nomi della musica mondiale.

Cosa fa per il Festival ungherese?
Lavoro ufficialmente per il Sziget dal 2004. Questo evento ha oltre venti promoter nelle varie nazioni, e noi siamo stati forse i primi promoter europei. Curiamo tutta la promozione, la vendita, l’organizzazione di viaggi, partecipiamo ad alcuni progetti interni e collaboriamo anche per il booking delle band italiane chiamate a suonare a Budapest.

La line up di quest’anno è incredibile. Come si spiega il fatto che da noi non ci siano Festival di questa entità?
In Italia molto probabilmente ci sono problemi dal punto di vista burocratico. Da noi spesso non riescono nemmeno ad allestire un campeggio perché manca tutta una serie di autorizzazioni, nemmeno così difficili da dare, ma nessuno vuole assumersi la responsabilità.
E poi, forse il pubblico italiano non si è mai abituato a vivere una situazione da Festival. È un’esperienza che richiede una partecipazione continua, dalla mattina alla sera. Gli italiani sono un po’ freddi.

In giro per il mondo i Festival di successo hanno anche un ritorno economico enorme per le città che li ospitano. Non c’è spazio per creare una cultura dei festival in Italia?
Non metto limiti alla Provvidenza, anche perché ultimamente il concetto di Festival sta diventando trendy. Le esperienze dei ragazzi all’estero stanno creando uno zoccolo duro che sarà il pubblico dei Festival italiani dei prossimi anni.

In Italia molti eventi dal passato glorioso, ora stanno vivendo un periodo di forte crisi, basti pensare al caso Arezzo Wave. Un consiglio per farli funzionare?
Non conosco l’esperienza Arezzo Wave, ma come altri festival ha avuto un peccato originale: vivere sui fondi pubblici. Se si vuole intendere la musica come un comparto imprenditoriale non ci si può basare solo sulle concessioni del comune o della regione di turno.
Si deve sviluppare un’economia intorno a un evento, in modo da non essere vincolati sistematicamente agli umori della nuova giunta o del nuovo assessore.

Lei ha anche il compito di selezionare i gruppi italiani che partecipano al Sziget. Quest’anno ci saranno Après la classe, Fast animals and slow kids, Lo Stato Sociale, Canzoniere grecanico salentino, Roy Paci e Mario Rossi, un percussionista di strada che usa solo strumenti improvvisati. Quale criterio ha usato nella scelta?
Lavoriamo molto con la musica emergente e grazie al contest che organizziamo dal 2004 abbiamo potuto conoscere bene la scena musicale italiana. Quando si inizia a conoscere la filiera dello sviluppo della musica, è abbastanza semplice individuare le band che secondo noi sono adatte per il Sziget. Cerchiamo di portare sempre la qualità, ma ovviamente dobbiamo coniugarla con la notorietà.

Si può ancora fare scouting nell’epoca dei talent show?
Sono due canali totalmente diversi. Non vendiamo a nessuno il sogno di diventare ricchi e famosi. Promettiamo solo di essere ascoltati, valutati da persone che lavorano nel settore e nel caso garantiamo una possibilità. Non è facile emergere in questo mondo.

Quanto conta il live in un momento di crisi del settore discografico?
È fondamentale. E questo ha creato i presupposti per lo sviluppo del settore dei Festival. Fino a poco tempo fa, quando ancora si vendevano i dischi, gli artisti tendevano a suonare meno, anche perché fare un tour non è semplice. Prima una tournée si faceva ogni tre anni, ora praticamente ogni anno. Questo girovagare degli artisti per il mondo ha dato la possibilità ai Festival di avere molta più scelta per presentare line up di livello. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: alcuni artisti li ritrovi ogni anno a suonare allo stesso Festival, e diventa un po’ noioso.

Qualche settimana fa Jovanotti, parlando all’Università di Firenze, ha detto che non vede niente di male se i giovani fanno i volontari gratis per i grandi Festival musicali, perché si tratta di esperienze formative. Le sue dichiarazioni hanno provocato molte polemiche: lei che ne pensa?
Quando si pronunciano delle frasi del genere, soprattutto se sei così famoso, è facile essere fraintesi. Dal mio punto di vista non vedo nulla di scandaloso nel fatto che delle persone facciano i volontari in un progetto articolato come un festival. I giovani, se vogliono intraprendere questa carriera, non hanno molte scelte: o rischiano sulla loro pelle, perdendoci tanti soldi come molti che hanno iniziato questa attività, oppure fanno una specie di stage e acquisiscono le nozioni di base. È uno scambio alla pari tra datori di lavoro e giovani volontari.