Due milioni di posti di lavoro in meno e circa 100 miliardi di euro di perdite in valore aggiunto nell’export di beni e servizi. Questo è il peggiore degli scenari ed è il rischio che potrebbe riguardare Unione Europea e Svizzera con le sanzioni alla Russia legate alla crisi ucraina, che sono state prorogate fino a gennaio 2016. L’orizzonte emerge da uno studio condotto dal Wifo (Istituto austriaco per la ricerca economica) rilanciato da un gruppo di giornali europei, in Italia da La Repubblica.

Per quanto riguarda la Penisola, nello specifico, nel breve periodo sono in gioco 80mila posti di lavoro e 4 miliardi e 140 milioni di euro in valore aggiunto creato dall’export. Nel lungo periodo invece, si profilano un calo dell’occupazione calcolato in 250mila posti di lavoro e del valore aggiunto della produzione da 11 miliardi e 815 milioni di euro.

Se le condizioni generali del ciclo economico e l’andamento delle esportazioni verso la Russia non dovessero mutare rispetto al primo trimestre di quest’anno inoltre, la crisi potrebbe costare molto sul fronte della produttività a medio termine. Per la Germania la perdita ammonterebbe a qualcosa di più di un punto di Pil e il Paese di Angela Merkel subirebbe il danno più pesante fra tutte le economie considerate. Subito dopo però, c’è l’Italia con una perdita di più di 200.000 posti di lavoro e un calo della produttività dello 0,9 per cento. In Francia invece, i posti di lavoro persi sarebbero 150.000 e la riduzione della produttività dello 0,5 per cento.

La Russia da parte sua non ha dubbi. Il primo vice premier Igor Shuvalov sostiene che la “retorica delle sanzioni” dei politici europei contro la Russia non ha prospettive. “Gli europei – aggiunge – vogliono fare affari con i russi e i russi possono investire in Europa. Questa restrizione artificiale sotto forma di sanzioni non può durare a lungo”.