Sono vicini di casa che si danno una mano e vogliono darla anche ai profughi venuti da lontano. Quelli che da giorni sono accampati alla stazione Centrale di Milano. La social street di via Maiocchi, la più grande in Italia con oltre 1200 iscritti, ha organizzato per la terza volta un aperitivo solidale per raccogliere fondi da destinare alle associazioni che aiutano chi è in fuga dalla miseria e non ha cibo, scarpe e vestiti. L’appuntamento è per venerdì 19 giugno al Bar Stoppani (all’angolo tra via Stoppani e via Maiocchi) dalle 19 alle 21.30. I drink avranno un prezzo fisso di tre euro al bancone allestito all’esterno del locale. “Il 50 per cento delle offerte sarà devoluto a Sos Emergenza rifugiati Milano, una delle associazioni che nel mezzanino della stazione dà primo soccorso ai rifugiati – spiega Elena, referente della social street -. Il resto verrà donato a Pane quotidiano, organizzazione laica che fornisce pasti gratuiti alle persone disagiate”. All’ultimo aperitivo hanno partecipato un centinaio di cittadini, 750 euro la somma raccolta, quasi mille la prima volta.

C’è Riccardo, il fidanzato di Elena (redattrice), che fa il sociologo. Sandro che fa l’erborista. Teresa la storica dell’arte. Lucia che si occupa di teatro. Caterina, stilista. Simona, organizzatrice di eventi. Un’altra Simona che fa la guida turistica. Anna la mamma, Erica la grafica, Luca l’ingegnere informatico. Figli, nipoti, e studenti universitari. Soprattutto trentenni e quarantenni. Quasi nessuno è milanese doc. Arrivano da tutte le parti d’Italia, abitano lungo la stessa via, alcuni sullo stesso pianerottolo, e fino a un anno e mezzo fa non si dicevano neanche “ciao”. Da quando sono diventati una social street si salutano per strada e non si vergognano più a bussare alla porta dell’altro per chiedere il sale.

Hanno un sito internet (viamaiocchi.it), dove si presentano e pubblicano l’agenda degli incontri, e un gruppo su Facebook per scambiarsi informazioni, consigli, richieste di aiuto (del tipo “avete una carrozzina usata per mia figlia?”, “qualcuno vuole la mia bicicletta?”, “ho un biglietto in più per un concerto, chi viene?”), che funziona anche da bacheca cerco/offro lavoro. Elena chiarisce: “Se so che un’azienda sta cercando un dipendente, avviso il ragazzo disoccupato che sta a due civici più in là”. Una volta al mese c’è “case aperte”, in pratica si invitano uno a casa dell’altro, anche tra sconosciuti. Nel monolocale di Lucia, 23 metri quadrati, erano in 10 a cucinare crêpe. La casa di tre universitari si era trasformata in un laboratorio di shooting fotografico. Da Raffaella si sfornavano crostate, in un altro appartamento c’era un workshop di pittura per bambini curato da una pittrice di Brera mentre la storica dell’arte si era inventata un gioco di società per far conoscere i monumenti della città. E un ragazzino aveva invitato i coetanei della via sul divano a giocare alla play station.

Bookcrossing, dog-sitting, baratto di vestiti e oggetti, lezioni di inglese o di erbe officinali, gruppi settimanali di corsa al parco, di cinema, e poi l’orto urbano. “- racconta Elena -, coltiviamo patate, pomodori, basilico e insalata. Quando sono pronti li mangiamo tutti insieme, a un pic nic o a casa di qualcuno”. Non mancano gite fuori porta e nei musei della città. La social street di via Maiocchi è una grande famiglia. Un esperimento di solidarietà urbana sotto la lente di ingrandimento delle università milanesi. “Ci stanno studiando, ci hanno sottoposto dei test e alcuni studenti hanno scritto la tesi su di noi. Anche l’università di Oxford ci ha contattato, vuole approfondire il fenomeno delle social street in Italia”. Una realtà esclusivamente nostrana, appunto. Nel Belpaese le social street sono orami più di 300.