Jonathan FranzenIn questi giorni circolano commenti in rete sull’articolo del famoso scrittore Jonathan Franzen (“Le correzioni”, “Libertà”, ed altri) uscito sul The New Yorker e ripreso in Italia da Internazionale con il titolo “I dilemmi di un ambientalista. E molti definiscono il suo pensiero “una provocazione”. Voglio qui riprendere un passaggio del suo lungo articolo, perché lo ritengo significativo e riassuntivo: “La Terra come oggi la conosciamo somiglia a un malato terminale di cancro, che possiamo curare con una aggressività deturpante oppure con palliativi e compassione. Possiamo costruire dighe su ogni fiume e rovinare ogni paesaggio con coltivazioni per biocarburanti, fattorie solari e turbine eoliche, per guadagnare qualche anno di riscaldamento moderato. Oppure possiamo accontentarci di una vita più breve ma di qualità migliore, proteggendo le zone dove resistono animali e piante selvatiche, a costo di accelerare leggermente la catastrofe umana. Un vantaggio di questo secondo approccio è che, se arrivasse una cura miracolosa come l’energia da fusione, resterebbe ancora qualche ecosistema intatto da salvare.”

In buona sostanza, Franzen, partendo dal principio che l’uomo sta velocemente portando la Terra e se stesso verso il disastro, e che il modello di sviluppo in sé è sbagliato, invita ciascuno di noi ad accantonare il globale ed a porre la sua attenzione al locale, facendo il possibile per conservare la natura. E porta a questo proposito ad esempio alcuni progetti riusciti di conservazione in Centro e Sud America.

La tesi ed il consiglio di Franzen non sono in realtà nuovi nel mondo ambientalista di cui lui fa parte. Franzen è infatti un attivissimo difensore dei diritti degli animali, e in particolare dell’avifauna. Per quanto riguarda le cosiddette energie alternative, appare del tutto evidente e condivisibile che oggi come oggi, volendo mantenere l’attuale modello di sviluppo, se si puntasse solo su di esse, per la natura sarebbe la fine. Basti guardare le grandi dighe che stanno massacrando ambienti intatti in ogni dove, dall’estremo oriente al Sud America. Ed invece adoperarsi per far cessare lo sviluppo ed avviarsi sulla strada della decrescita? Franzen non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi, tant’è che ipotizza una possibile futura energia pulita che salvi capra e cavoli. Ed allora? Stiamo alla finestra? No, agiamo, dice Franzen: che ciascuno di noi faccia qualcosa nel suo piccolo. Questo gli porterà sicuramente delle consolazioni e la natura gliene sarà grata.

Diciamo che la cura suggerita da Franzen vuole liberare l’uomo dal senso di colpa per quello che sta accadendo a livello globale e suggerire un modo di agire pratico ed immediato per raggiungere qualche obiettivo, senza dannarsi l’anima recitando il mea culpa planetario del “oh come siamo cattivi, oh come siamo cattivi”. L’ispirazione, cosciente o meno, può essere il Martin Heidegger di “Ormai, solo un dio ci potrà salvare”. Solo che, mentre Heidegger era passivo, Franzen è attivo. Heidegger era depressivo, Franzen è consolatorio.

Non voglio aggiungere la mia opinione in proposito, ma limitarmi a segnalare questo contributo da parte di una persona intellettualmente vivace ed attiva in campo ambientale. Ciascuno tragga le sue considerazioni. La discussione è aperta.