La proposta di modifica allo Statuto dei lavoratori sul controllo a distanza fa discutere. E mentre il leader della Cgil Susanna Camusso grida al Grande Fratello, l’esecutivo ribatte che si tratta semplicemente di regolamentare pratiche già in atto. Oggetto della contesa è in particolare l’opportunità di sottrarre al vaglio degli accordi sindacali il controllo di strumenti come pc, tablet e smartphone aziendali, limitando la tutela del lavoratore che li utilizza al rispetto, da parte del datore di lavoro, delle norme sulla privacy. L’eco della querelle si è fatta sentire anche al convegno nazionale dell’Agi (avvocati giuslavoristi italiani) in corso alla Triennale di Milano. “Il controllo sugli strumenti digitali di proprietà dell’azienda è già una realtà”, sostiene chi manifesta l’esigenza di regole aggiornate rispetto a quelle dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, la norma che verrà modificata se il governo confermerà le sue intenzioni dopo il passaggio Parlamentare dello schema legislativo. Ma tra gli avvocati del lavoro presenti c’è chi si dichiara totalmente contrario alla riforma dell’articolo 4: “Si aprono le porte a un controllo indiscriminato della vita lavorativa delle persone”, sostiene chi paventa addirittura l’utilizzo della geolocalizzazione degli smartphone. Sui rispettivi fronti anche i due giuristi ai quali l’Agi ha affidato le relazioni di apertura del convegno di quest’anno. “Un’operazione, quella della geolocalizzazione, che nell’interpretazione del ministero rimane subordinata agli accordi sindacali”, assicura l’avvocato Riccardo Del Punta, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Firenze, che esclude una deriva alla “Grande Fratello”. “Il punto è un altro”, ribatte il collega Franco Scarpelli, docente della stessa materia presso l’Università di Milano Bicocca, che avverte: “Bisogna vedere cosa ne fai dei dati raccolti attraverso quei controlli”. E lega la questione alle novità in materia di licenziamento introdotte dal Jobs Act: “Geolocalizzando o semplicemente controllando uno smartphone entro in possesso di elementi che potrei utilizzare per motivare un licenziamento”, spiega Scarpelli. “E se di fronte a un giudice quei fatti risulteranno insussistenti a motivare il licenziamento, poco importa: con la riforma di Renzi l’illegittimità non comporta il reintegro del lavoratore, ma soltanto un indennizzo”. Insomma, a rendere così delicata la questione sarebbe la flessibilità nei rapporti di lavoro, che grazie alla riforma di Renzi – su questo gli avvocati presenti concordano – è aumentata a vantaggio dei datori di lavoro. “Una riforma necessaria se vogliamo un diritto del lavoro che alla tutela del lavoratore non sacrifichi la competitività che il mercato globale richiede”, è la tesi di molti partecipanti al convegno. “Giustificare tutto con la produttività, anche il controllo del lavoratore, è un azzardo”, ribattono altri. “Perché la prova scientifica del nesso tra flessibilità e occupazione ancora non s’è vista”   di Franz Baraggino e Stefano De Agostini