Vincenzo De Luca querela Rosy Bindi. Luigi Di Maio querela Matteo Orfini. Giorgia Meloni querela Ignazio Marino, che nel frattempo è già stato querelato dai 5 Stelle. E ancora: Gianroberto Casaleggio che querela il dissidente Fabrizio Bocchino. Sembra un gioco, ma è realtà. Un diluvio di scontri a mezzo stampa, di parole troppo forti o attacchi politici che finiscono in Tribunale. Eppure c’era un tempo in cui i politici non querelavano nemmeno i giornalisti, figurarsi tra di loro. E non è che mancassero rivalità e tensioni interne. Anzi. C’erano le stragi di Stato, le accuse di cospirazione, la minaccia del terrorismo politico. E naturalmente le lotte tra correnti, i colpi bassi, anche tra colleghi dello stesso partito. Ma non c’era questo balletto di querele incrociate per diffamazione, che vengono ormai annunciate a cadenza quotidiana.

TUTTI IN TRIBUNALE Antonio Di Pietro e Silvio Berlusconi sono stati i nemici per antonomasia. Lo scontro politico, fatto di parole forti e talvolta di insulti, è finito in tribunale quando l’ex presidente del Consiglio aveva sostenuto che Di Pietro “si è laureato con i servizi segreti, perché non è possibile che l’abbia presa uno che parla così in italiano”. Un affronto troppo grave per l’allora leader dell’Italia dei Valori che ha portato l’odiato avversario davanti al giudice. Alla fine si è risolto tutto con un risarcimento, dalla somma top secret, e il ritiro della querela. Il caso sembra aver fatto veramente scuola, vista la tendenza delle ultime settimane. La presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, è finita a sua volta sotto tiro. “Oggi ho presentato in Questura la denuncia a Rosy Bindi per diffamazione, attentato ai diritti politici costituzionali e abuso d’uffici”, ha annunciato Vincenzo De Luca, a poche ore dall’elezione alla presidenza della Regione Campania. Sandra Lonardo Mastella ha seguito l’esempio dell’ex sindaco di Salerno, presentando querela per “diffamazione e attentato alla Costituzione” contro la stessa presidente dell’Antimafia . Ma il caso della lista degli impresentabili non è certo l’unico ad essere finito in tribunale.

DENUNCE STELLARI Il Movimento 5 Stelle ha querelato il commissario del Partito democratico romano, Matteo Orfini. Il motivo? Il solito: diffamazione. Secondo il presidente dell’assemblea nazionale del Pd, infatti, a Ostia gli esponenti del “M5S sono gli idoli dei clan”. Parole che hanno scatenato l’ira dei pentastellati, a cominciare dal vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, che si sono rivolti agli avvocati. Addirittura il guru dei 5 Stelle, Gianroberto Casaleggio, aveva usato lo strumento della querela nel mese di marzo 2014 contro il senatore “dissidente” del Movimento, poi fuoriuscito, Fabrizio Bocchino colpevole averlo accusato di essere in “conflitto di interessi” per il doppio ruolo di imprenditore e componente del comitato del M5S che decide come destinare i fondi alle piccole e medie imprese provenienti dai tagli agli stipendi dei parlamentari.

PENA CAPITALE Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, in mezzo a tanti problemi, deve affrontare anche lui le querele che piovono sul suo ufficio. Il primo cittadino, dopo l’esplosione dello scandalo “Mafia capitale” aveva sostenuto che “l’impianto criminale nasce nella destra di Gianni Alemanno”. Immediata la reazione del predecessore: querela per diffamazione. Anche la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha “dato mandato ai suoi legali” contro il sindaco. Del resto è una storia che si ripete. Già a gennaio Marino era stato querelato dai grillini. Per qualche parola giudicata di troppo: “Il Movimento 5 Stelle fa le stesse richieste della mafia. Vuole che gli onesti vadano a casa”. Carla Ruocco, componente del direttorio pentastellato, ha preso posizione: “Le dichiarazioni del  sindaco Marino, con cui imputa al M5S comportamenti analoghi alla mafia nonché a Buzzi e Carminati, sono inaccettabili. Lo Quereleremo”.

 

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