Per molti appassionati di musica, Giovanni Gulino è solo il frontman dei Marta sui Tubi. Che già non sarebbe poco. Ma Gulino è anche il papà di Musicraiser, la piattaforma tutta italiana di crowdfunding musicale nata nel 2012 e che oggi conta una community di 60mila appassionati. Un’idea imprenditoriale che ha alla base una concezione nuova e al passo con i tempi della produzione discografica. Su Musicraiser si finanzia la realizzazione e la produzione di un disco, ma da qualche tempo si può anche comprare il disco prima che venga realizzato, o il biglietto di un concerto abbinato a un meet & greet o al merchandising esclusivo. I risultati sono clamorosi, tanto che Gulino ha da poco lanciato Musicraiser anche a livello internazionale. Un’esperienza dai numeri importanti, ma con un occhio sempre rivolto alla qualità: “Ogni giorno rifiutiamo molti progetti. – dice Gulino –  C’è una selezione all’ingresso perché vogliamo creare una community di appassionati di musica”. E, per il momento, ci stanno riuscendo.

Come è nata l’idea di Musicraiser?
Se guardi i siti italiani di musica, la visione è molto limitata. Mi sono accorto che in giro per il mondo il crowdfunding stava andando molto bene e non c’erano ancora dei siti focalizzati solo sulla musica. Sono appassionato di web e nuove economie, oltre che di musica, e ho pensato che avremmo potuto realizzare qualcosa di bello in Italia.

Inizi difficili o siete partiti in quarta?
Ci abbiamo creduto da sempre, abbiamo preparato il lancio con molta cura e siamo andati online già con 35 progetti, quasi tutti finanziati.

In un periodo di crisi del mercato discografico, pensi che il crowdfunding sia lo strumenti adatto per chi non riesce a produrre un disco?
In realtà oggi produrre un disco non costa nemmeno così tanto: basta avere un minimo di conoscenze tecniche. Il problema è che non basta registrare un disco: c’è la promozione, la masterizzazione, il videoclip.
Se tu fai un disco e poi non hai i soldi per fare la promozione, è come se tu non lo avessi fatto. Noi proviamo a dare agli artisti gli strumenti per farsi conoscere, oltre alle risorse finanziarie per produrlo. Ci sono artisti con cento like su Facebook che vendono 3mila copie: è come se una band vendesse 10mila copie digitali su iTunes. Noi puntiamo sulla disintermediazione; se sei un artista, puoi fare un disco anche senza avere una casa discografica e puoi farti conoscere attraverso uno strumento come Musicraiser.

Hai mai detto no a un progetto perché non ti convinceva dal punto di vista qualitativo?
Lo facciamo praticamente ogni giorno. Non diciamo sì a tutte le proposte. Facciamo una selezione all’ingresso perché vogliamo che sulla piattaforma ci siano solo progetti seri, portati avanti da gente appassionata e che non siano speculativi.
Siamo molto attenti a questo aspetto. Ogni volta che finisce una campagna di crowdfunding vogliamo sapere dove vanno a finire i soldi, vogliamo essere sicuri che dischi e ricompense vengano consegnati.

Adesso su Musicraiser avete implementato altri strumenti come il wishow, il ticket preorder e l’album preoder. Stanno funzionando?
Abbiamo fatto ottimi numeri soprattutto con il preorder. Abbiamo venduto i biglietti per artisti come Red Canzian o, sul fronte internazionale, St. Vincent, e per rassegne come il Festival MiAmi. La differenza che c’è tra il nostro ticketing e quello tradizionale è che noi non vendiamo solo i biglietti ma li abbiniamo ad altri servizi esclusivi: il meet and greet, il soundcheck, la t-shirt. Cerchiamo di fare in modo che il nostro sia uno store esclusivo di alta qualità per chi non si accontenta dei canali tradizionali.

Questa esperienza sta cambiando il tuo modo di fare musica, visto che giochi su due fronti?
In realtà no, perché tengo separato l’aspetto artistico dalle logiche di marketing. Prima di fare il musicista ho fatto il manager per dieci anni in una grande azienda del terziario e quindi ho un background di marketing che mi ha permesso di dedicarmi al progetto di Musicraiser. Ma è un altro aspetto di me che nulla ha a che vedere con la parte artistica.

Qual è stato il progetto finanziato che ti è piaciuto di più?
Ce ne sono tantissimi, faccio fatica a fare soltanto un nome. Ci sono campagne andate molto bene perché sono state delle sorprese, con nomi sconosciuti che hanno raggiunto budget molto alti, e poi campagne che hanno offerto qualcosa di straordinario, di bello, di divertente. Penso a Daniele Sepe, che ha appena concluso la sua campagna e tra le altre cose ha offerto persino un giro in barca…
La gente non ha bisogno di un altro negozio di dischi online ma di un motivo per acquistarli.

Avete lanciato Musicraiser anche a livello internazionale. Con che prospettiva?
Non voglio sembrare superbo, ma la nostra piattaforma dal punto di vista tecnico non ha nulla da invidiare alle piattaforme internazionali. Abbiamo un team di sviluppatori che ha fatto un lavoro veramente straordinario e dal punto di vista tecnico siamo pressoché impeccabili. Ma chiaramente non basta: bisogna lavorare sul marketing, sull’immagine, sul posizionamento.
Abbiamo già finanziato una settantina di progetti stranieri che arrivano perlopiù dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, quindi è un buon inizio. Puntiamo anche sull’estero anche perché di piattaforme come Musicraiser non ce ne sono poi così tante. Ci sono tanti siti di crowdfunding generico, che magari mettono il progetto musicale accanto a un progetto di design, ma noi vogliamo costruire una community di appassionati di musica. È per questo che non accettiamo progetti di altro genere.