Se il mercato discografico negli ultimi anni ha limitato i danni, e anzi sta addirittura provando a rialzare la testa, il merito è quasi esclusivamente dello streaming. In un’epoca in cui pagare per ascoltare musica è quasi una bestemmia, milioni di persone in tutto il mondo si sono riversati sulle piattaforme di streaming, prima fra tutte Spotify.
Tra abbonamenti e account free, sono ormai 75milioni gli utenti del colosso nato da una start up svedese nel 2008, e ben 3 miliardi di euro sono stati versati in questi anni nelle casse di case discografiche e artisti. Veronica Diquattro, trentunenne, responsabile di Spotify Italia, ci racconta le prospettive di una realtà in continua crescita, che se da un lato fa arrabbiare qualche star della musica, dall’altro aiuta il mercato a non morire.

Negli ultimi anni Spotify ha contribuito a cambiare le modalità di fruizione della musica. Come è nata questa avventura?
La missione era rispondere al cambiamento in atto. Sembrava che la gente non ascoltasse più la musica: non era vero. Semplicemente il consumo si era spostato su forme che non producevano più valore. Erano gli anni di Napster, della pirateria. Non si era in grado di monetizzare abbastanza.
Spotify è entrata in questo momento di cambiamento con un modello che rispondesse alla modalità di consumo della musica con un prodotto legale, di qualità, facile da utilizzare, e che producesse anche valore per l’industria musicale. Stiamo dimostrando che il modello di business funziona.

Nel corso degli anni, però, qualche grande nome della musica se l’è un po’ presa con voi. Come spiega questa diffidenza?
Per alcuni nomi con determinati atteggiamenti, ce ne sono stati altrettanti che invece si sono spostati verso lo streaming.
Ci sono punti che devono essere chiariti con gli artisti. Operiamo con logiche diverse da quelle tradizionali e bisogna fornire loro tutti gli elementi perché ci sia consapevolezza di come funziona lo streaming e come viene diviso il valore creato.
Spotify ha lanciato una piattaforma dove gli artisti hanno accesso ai dettagli di streaming per vedere il valore economico creato e come questo viene spartito. Noi paghiamo il 70% di tutte le entrate che abbiamo (sia pubblicità che abbonamenti premium) ai detentori dei diritti musicali e sono le etichette ad avere il contratto diretto con gli artisti. Ad oggi abbiamo pagato più di 3 miliardi.

Qual è la realtà italiana? Che prospettiva vedete sul mercato nazionale?
Siamo presenti in Italia da due anni e mezzo. La risposta è stata incredibilmente positiva sia a livello di utenti che di engagement. Certo, siamo ancora all’inizio e il primo anno è servito a creare la consapevolezza dello streaming. Oggi si sa cos’è Spotify e c’è più attenzione ai dettagli.
Il mercato italiano è tornato a crescere negli ultimi due anni, esattamente da quando siamo arrivati noi, trainato proprio dallo streaming. Nel 2014 per la prima volta lo streaming ha superato il download in quanto a ricavi. Sono risultati incredibili.

Com’è il rapporto con l’industria musicale italiana?
I vari attori del settore generalmente ci supportano con un atteggiamento molto positivo. C’è la consapevolezza di poter fare grandi cose insieme.
Siamo un marchio globale, ma cerchiamo di mantenere l’equilibrio con le specificità del paese in cui operiamo. Vogliamo sfruttare le potenzialità del mercato locale.

Nel 2014 è cresciuto il digitale. Quello che continua a calare, anche se meno dell’anno precedente, è il mercato fisico. Il disco, almeno come lo abbiamo conosciuto fino a oggi, è destinato a sparire?
Non penso che scomparirà. È vero che il mercato è cambiato e lo streaming è il presente. Ma non vuol dire che non continueranno a esistere altre forme di consumo diverse, in parallelo allo streaming. Il disco fisico rappresenterà l’espressione massima di un fan nei confronti dell’artista a cui è legato.
La musica non sarà più condizionata dalla forma fisica, dal numero di tracce sul CD. Le forme di supporto continueranno ad esistere, ma contenuto e modalità di fruizione cambieranno.

Con gli artisti italiani ci sono mai stati problemi o diffidenze?
In generale c’è sempre stato un atteggiamento positivo e di supporto. Sin dall’inizio abbiamo avuto artisti che sono stati un po’ gli ambassador informali di Spotify. Molti artisti lo usano nella vita di tutti i giorni, come Jovanotti che è sempre stato un nostro supporter. Ma forse c’è ancora la necessità di informare gli artisti e questo continuiamo a farlo quotidianamente.

Spotify può essere una vetrina per artisti emergenti. Ma come si fa a non sparire nella mole immensa di brani del vostro database?
Il vantaggio per gli artisti più piccoli è che comunque sei presente come tutti gli altri. Sei raggiungibile potenzialmente da 60 milioni di fan, senza avere necessariamente bisogno di investimenti da parte dell’etichetta di turno. In realtà il processo di scoperta e di fruizione favorisce la varietà di musica. Basti pensare che l’80% del catalogo è stato riprodotto almeno una volta e circa 2 miliardi di volte al mese un utente scopre un artista che non aveva mai ascoltato, e lo fa attraverso le playlist create da Spotify.
L’artista stesso, per quanto emergente, può sfruttare gli strumenti che Spotify mette a disposizione: creare il profilo verificato, creare playlist per mettersi a contatto con i fan, analizzare i dati a cui ha accesso per capire il profilo degli utenti.
Spotify è un amplificatore.

Qualche mese fa Jay Z ha lanciato Tidal, che doveva essere lo Spotify dei superdivi americani. Per adesso è stato un flop. Come te lo spieghi?
In realtà aspetterei, perché lo hanno lanciato da pochi mesi e si deve ancora vedere qual è la loro strategia. Come Spotify fondamentalmente siamo focalizzati sull’utente, a prescindere da cosa fanno gli altri player. Noi continuiamo con la nostra strategia e cerchiamo di migliorare. Comunque l’ingresso di altri big name aumenta la consapevolezza del settore streaming e fornisce un’alternativa legale.

Nonostante i risultati ottimi, Spotify è ancora in perdita. Quando credete di poter chiudere in attivo?
Se volessimo, potremmo già essere in attivo. Ma la nostra strategia è di lungo periodo e necessariamente dobbiamo investire per aprire a nuovi mercati. Nell’ultimo anno siamo passati da 20 a 58 mercati, e questo richiede un certo investimento.
Siamo presenti sul mercato da 7 anni e sappiamo che dobbiamo continuare a investire anche nel prodotto stesso e non solo nello sviluppo. Per esempio con un progetto di intrattenimento a 360 gradi, 24 ore su 24, che vada anche oltre la musica. E anche questo richiede un investimento.