Xenia Ignatyeva, russa, è morta cadendo da un ponte ferroviario dopo un volo di trenta metri. Aveva 17 anni. Una giovane coppia di polacchi è morta in Portogallo precipitando da una scogliera nell’Oceano. Con loro c’erano i figli, adesso orfani. Oscar Otero, messicano di 21 anni, è morto con un colpo di pistola secco alla tempia. E ancora: un ragazzo di 21 anni, in Spagna, è morto folgorato dopo essere salito su un treno in movimento. Mentre la 32enne Courtney Sanford, in Carolina del Nord, è morta schiantandosi contro un camion mentre era alla guida della sua auto, che poi ha preso fuoco. Qual è il filo conduttore che lega queste storie? La causa della morte: un selfie. Una distrazione fatale mentre cercavano di farsi l’autoscatto più pazzo, più memorabile, più cool, da postare poi sul proprio profilo Facebook e fare il boom di like. C’è chi si scatta la foto alla guida di un auto, chi sull’orlo di un precipizio, chi sui binari aspettando l’ultimo secondo per scansarsi dal treno. Una forma di egotismo (se così si può definire) sempre più virale e sempre più pericolosa che ha portato le scienze sociali ad aprire un nuovo caso di studio della psicologia umana “2.0”: chi muore “di selfie”? Chi mette a repentaglio la propria vita per un pugno di like?

Sono le domande a cui prova a dare una risposta la rivista statunitense Psychology Today, che fa notare come i morti “per selfie” siano tanti e in aumento.“Le persone stanno letteralmente morendo per scattarsi foto”), scrive la rivista dando il la a un filone di studi destinato nei prossimi decenni ad affiancare i grandi interrogativi delle scienze sociali: qual è il profilo di un suicida, di un tossicodipendente, di un alcolista, di un giocatore d’azzardo? E allora qual è il profilo di un “selficida” (selficide è il termine che si legge nell’articolo e che non ha traduzione in italiano). “Da quando il sociologo Emile Durkheim scrisse il suo classico studio sul suicidio, nel 1897 – scrive la rivista di psicologia – abbiamo scoperto che gli uomini sono più propensi a uccidere se stessi rispetto alle donne. Come il sucidio, la morte per selfie non è distribuita in modo casuale fra la popolazione”. Secondo Laurie Essig, professoressa di sociologia e studi di genere al Middlebury College e autrice dell’articolo, la morte per selfie è “prevedibile e schematica”. Si verifica infatti tra coloro per i quali i social media sono “un fattore importante per il proprio sé”. Per questo i più a rischio, secondo la sociologa, sono i giovani i quali sono anche quelli più fantasiosi e propensi a pose strambe e pericolose.

Per capire il rischio che alcune persone sono disposte a correre per un selfie è importante, scrive la Essig, “rivolgersi al sociologo Erving Goffman”. In La vita quotidiana come rappresentazione, Goffman, scrive infatti che “diventiamo noi stessi eseguendo noi stessi. Cinquant’anni prima della generazione selfie – scrive la sociologa – aveva capito che non c’è un sé nucleo, ma solo un sé in relazione agli altri e che, per essere noi stessi siamo costantemente chiamati a far intervenire noi stessi. Il problema – continua – è che potremmo cominciare a credere che le nostre performance teatrali siano reali o, peggio ancora, diventare alienati e cinici nei confronti del nostro reale agire”. Nei social media, secondo la sociologa, succedono entrambe le cose: mettiamo in scena noi stessi e allo stesso tempo riconosciamo questa messa in scena. Il selfie è oggi, secondo la Essig, lo strumento per eccellenza per dare una rappresentazione di noi stessi agli altri e cercare di ottenere che gli altri ci credano. Un modo di dire: guarda, io ho una vita migliore della tua perché sono su questo ponte in bilico o perché ho una pistola puntata alla tempia. E sono soprattutto i giovani a essere famelici di maschere da indossare nel teatrino della vita, ancora meglio se virtuale. “E così un nuovo tipo di selfie è nato: – scrive la sociologa – il selficide”. Cosa che, se fosse una rappresentazione teatrale, per rimanere in campo goffmaniano, sarebbe a tutti gli effetti una tragedia.