Oggi, mentre leggete, l’Italia ha una grande donna da onorare, una rivolta pericolosa da respingere, un partito eversivo da condannare, e il compito di salvare l’onore e la legge del Paese, di fronte ad atti gravi che (per incomprensibile decisione) sono passati quasi in silenzio.

La donna è Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, che il giorno 6 giugno, dopo avere ascoltato l’editto di Maroni, che vieta l’accoglienza di rifugiati nella Regione Lombardia, ha detto subito, senza cautele politiche: “È una scelta ignobile”. Per essere precisi, Maroni ha detto (lo stesso giorno): “Ho deciso di scrivere una lettera ai prefetti lombardi per diffidarli dal portare qui in Lombardia nuovi clandestini e ho deciso di scrivere ai sindaci per dirgli di rifiutarsi di prenderli, mentre ai sindaci che dovessero accoglierli ridurremo i trasferimenti regionali come disincentivo, perché non devono farlo, e chi lo fa, violando la legge, subirà questa conseguenza”.

Come si vede la frase, oltreché ignobile, è detta con perfetto analfabetismo costituzionale, violazione della funzione di presidente di Regione (la cui autorità termina dove inizia quella dello Stato), invocazione rovesciata della legge. Inoltre il presidente della Lombardia, senza che nessun politico lombardo abbia avuto niente da dire, autorizza se stesso a dare direttive ai prefetti. Per sapere di fronte a quale atto di irresponsabile rivolta contro lo Stato ci si trovi di fronte (Maroni è un ex ministro dell’Interno) si noti che i rifugiati che la Lombardia di Maroni rifiuta di accogliere, vengono definiti, da Maroni stesso, “clandestini”, parola giuridicamente priva di senso, salvo che nella Corea del Nord, e moralmente indegna, per definire persone che hanno e attendono diritto di asilo.

Ma all’iniziativa di Maroni, che abusa gravemente della sua autorità, si aggiunge l’appello alla rivolta contro la Repubblica del segretario dello stesso partito di Maroni, Matteo Salvini, Lega Nord (per informazioni sul livello morale di questo gruppo nella storia recente, vedi la distribuzione di diamanti fra i precedenti dirigenti di quel partito): “Siamo pronti a presidiare, e occupare le prefetture che vogliono requisire spazi per ospitare gli immigrati”. Non si capisce come Stefano Folli, nella sua nota (Repubblica, 12 giugno) possa parlare di “tela logorata della solidarietà”. Non si tratta di tela logorata, ma di tela brutalmente e deliberatamente strappata, per fini elettorali e con strumenti di rivolta contro lo Stato.

È facile a questo punto ricordare perché, ingiustamente, quasi tutti i media abbiano parlato e continuino a parlare di “rivolta delle Regioni del Nord”. Sergio Chiamparino, presidente del Piemonte, e Piero Fassino, sindaco di Torino, hanno denunciato subito l’assurdità e illegalità della chiamata alla rivolta contro la Repubblica di Maroni e Salvini. Del resto due personaggi più accorti e meno irresponsabili, come Zaia (Veneto) e Toti (Liguria), apparentemente solidali con Maroni, hanno trovato modo di esserci e di non esserci. Zaia: “Smettiamola con l’illusione di poter sopportare e gestire un esodo biblico (…) ma le vite umane si salvano, non si discute”. Toti: “Io non lo posso ancora fare (respingere i “clandestini”, ndr) perché non sono ancora in carica”.

Passano le ore, trascorrono alcuni giorni e i media insistono nel persuaderci che siamo a una rivolta coalizzata di tutto il nord, che la gravità dell’invasione sta raggiungendo il picco (eppure i numeri dei nuovi arrivati sono più bassi di quando Maroni era ministro), la parola “scabbia” (malattia cara alla Lega, portata e diffusa, secondo loro, ma non secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, dagli immigrati) compare, benché i casi siano rarissimi, nei titoloni di prestigiosi giornali. E compaiono fotografie di qualche decina di neri nelle stazioni di Roma e Milano, dimostrando, evidentemente che nessuno ha mai fotografato, un anno fa o tre anni fa, o cinque anni fa, il dormitorio notturno intorno alla Stazione Termini di Roma o a Santa Maria Novella a Firenze. E si evita sempre, per non interferire nella campagna elettorale della Lega, il rapporto fra causa ed effetto.

Se in alto, in questa pagina, leggete l’intimazione Maroni-Salvini a non dare, a nessun costo, in nessun caso, spazio di accoglienza agli immigrati, è inevitabile che chi arriva sano e salvo dal mare (secondo l’auspicio di Zaia) si sieda per terra nelle stazioni, in attesa che qualcuno torni al senso comune e alla legge della Repubblica. Maroni naturalmente ha un piano. Lo può raccontare perché sa che non sarà irriso da tv e giornali, che con la Lega vogliono andarci piano.

Ha detto che si possono costruire in Libia (non è precisato fra quali linee di combattimento) campi Onu vigilati da Caschi blu, dove si sistemeranno coloro che chiedono asilo (alla Libia?). Come è noto, tutte le fazioni in lotta in quel Paese stanno aspettano i Caschi blu, e i loro campi potrebbero sorgere accanto ai campi Isis, già precedentemente descritti per noi, con sicurezza assoluta, da Maroni e Salvini, da cui i terroristi si preparano a imbarcarsi per l’Italia.

L’elenco di chi ha preso subito le difese della Repubblica (ma anche della comune umanità e del buon senso) purtroppo è breve: la presidente della Camera Boldrini, Chiamparino, Fassino (meglio dunque non intitolare “tutto il Nord rifiuta gli immigrati”), l’editorialista de L’Avvenire. Purtroppo in questo brevissimo elenco di interventi d’urgenza manca il presidente della Repubblica. Avrebbe potuto essere la sua prima occasione di difendere la Costituzione dal mobbing volgare e squilibrato della Lega.

Qualcuno avrebbe potuto raccontargli che, nel 1956, un presidente americano, Dwight Eisenhower, conservatore e repubblicano, quando ha saputo che a Little Rock (Arkansas) una folla di bianchi impediva da giorni l’ingresso a scuola di una bambina nera, ha mandato i paracadutisti federali a scortare la bambina fino in classe.

il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2015