Barbara G. sta svolgendo il proprio tirocinio in un supermercato di Narcao, un paesino di circa tremila abitanti in provincia di Carbonia-Iglesias (Sardegna). Racconta di aver iniziato la propria esperienza, inserita nell’ambito della Garanzia Giovani, a marzo. Sono passati quattro mesi e la Regione, tramite l’Inps, avrebbe già dovuto versarle i soldi che le spettano. Ma ad oggi, dice, «non mi hanno ancora pagata». Il motivo? «Ad aprile ho ricevuto una telefonata, mi hanno spiegato che c’era un errore nella documentazione che avevo consegnato: possibile che se ne siano accorti dopo un mese?», domanda. Ma non è tutto. «A fine maggio – aggiunge – non avendo ancora visto un centesimo, sono andata a chiedere informazioni all’Inps, dove mi è stato detto che dovevo rivolgermi alla Regione. La quale, a sua volta, ha risposto dicendomi che i soldi li aveva già mandati all’Inps e che loro, quindi, non c’entravano nulla. Insomma: una vera e propria presa in giro». È questo lo stato d’animo della maggior parte dei ragazzi che hanno aderito al piano europeo di lotta alla disoccupazione giovanile partito il 1° maggio 2014 , ma che in Italia, nonostante gli 1,5 miliardi di euro stanziati da Bruxelles, si sta dimostrando un autentico fallimento. Più dei numeri, non certo incoraggianti – secondo l’ultimo report del ministero del Lavoro guidato da Giuliano Poletti gli iscritti sono 617 mila ma solo 107.859, il 17,48%, hanno ricevuto un’offerta –, lo testimoniano le storie di giovani delusi e arrabbiati raccolte da ilfattoquotidiano.it. Tutto fuorché «bamboccioni» che si ritrovano, loro malgrado, senza un euro in tasca. Quella di Barbara, infatti, non è una testimonianza isolata. Anzi.

SENZA GARANZIA  Come lei, in tutta Italia, ce ne sono a decine. Tanti si sfogano nei forum e sui social network. Su Facebook, ad esempio, sono nati numerosi gruppi nei quali i ragazzi si ritrovano per raccontare le loro storie. Quasi a farsi coraggio a vicenda. Fra questi c’è anche Maria K., per la quale la Garanzia Giovani si sta rivelando un vero e proprio disastro. La sua odissea è iniziata ad aprile 2014 ma «solo a marzo di quest’anno ho ottenuto il primo colloquio – spiega –. Ho cominciato il 16 aprile in un’azienda di Pescara che si occupa di gestioni amministrative, firmando un contratto che prevede un’indennità di 600 euro al mese. Ad oggi, comunque, dei soldi neppure l’ombra. Navigando in rete ho scoperto di essere in buona compagnia perché in tanti sono arrivati già al quinto mese di tirocinio senza essere mai stati retribuiti». Al punto che «io e molti altri stiamo consigliando ai ragazzi ancora in attesa di una chiamata o di un colloquio di lasciar perdere. Personalmente – racconta la giovane – mi ritrovo in una situazione molto pesante: abito in affitto, il tirocinio non lo svolgo nella città in cui vivo e quindi, oltre alle spese domestiche, ogni giorno ho anche quelle di sostentamento da mettere in conto. In questo mese e mezzo ho anticipato tutte le spese con i miei risparmi: a breve, molto probabilmente, dovrò rinunciare perché non ho più un centesimo da spendere», conclude.

TEMPO PERSO Valeria S., invece, ha 29 anni, vive a Perugia e ha una laurea in Economia. «Da dieci anni, per tre-quattro volte la settimana, faccio la pizzaiola senza contratto: i soldi che guadagno mi permettono di pagare l’affitto e le rate della mia sudatissima auto», racconta. Anche per lei lo Youth Guarantee avrebbe potuto rappresentare un punto di svolta. Ma così non è stato. «A fine gennaio, dopo due colloqui al centro per l’impiego della mia città, la sottoscrizione del patto di servizio e la candidatura a qualche tirocinio, ho trovato un’azienda che si occupa di commercio all’ingrosso di imballaggi flessibili e che mi ha selezionata per svolgere attività di segreteria. Dalla comunicazione del buon esito del colloquio all’inizio effettivo del tirocinio è trascorso più di un mese, durante il quale ho prestato spontaneamente servizio». Un gesto generoso: «Mi era stato detto che l’attivazione avrebbe richiesto un paio di settimane – dice la ragazza – così ho pensato di approfittarne per imparare qualcosa e mettermi in buona luce». Peccato che le settimane siano raddoppiate e che «solo il 9 marzo il tirocinio è partito ufficialmente. Ad oggi non sono stata ancora pagata. Cinquecento euro non sono una cifra astronomica, ma sarebbero sufficienti ad affrontare le spese vive quali carburante e pasti fuori casa, che riesco a sostenere solo perché concluse le mie otto ore di lavoro giornaliere salgo in macchina, guido per trenta chilometri e raggiungo il locale in cui presto servizio per altre sei ore, che mi vengono retribuite con i voucher. Poi torno a casa sfinita». Ecco perché, arrivata a questo punto, Valeria ha deciso di interrompere il suo percorso con la Garanzia Giovani. E oggi attacca: «Per molte aziende i tirocini finanziati dagli enti pubblici rappresentano l’occasione per assicurarsi manodopera gratis. Questa non è che l’ennesima dimostrazione».

INDIETRO TUTTA  Anche nel Lazio le cose stanno girando per il verso sbagliato. Al punto che che la scorsa settimana la Cisl di Frosinone ha dato vita ad un coordinamento provinciale per riunire i tanti tirocinanti che dopo 5 mesi si ritrovano senza uno straccio di pagamento e stanno abbandonando. Come Diego R., costretto però a farsi carico delle spese per spostamenti e vitto. Mentre Maria Vittoria R. ha lanciato una petizione su change.org  per chiedere al presidente della Regione, Nicola Zingaretti, il pagamento immediato delle indennità previste per i tirocinanti. Soldi che aspetta anche Giorgia B., che il 1° aprile scorso ha iniziato il tirocinio in uno studio di architettura. «A fine maggio – afferma – ho inviato la documentazione per avere il rimborso. Sono passate più di due settimane e non ho avuto alcuna risposta, nemmeno la ricevuta di ritorno dell’ufficio postale o una e-mail da parte della Regione che mi avvisasse dell’avvenuta ricezione». A questo punto, racconta la ragazza, «ho provato a contattare la stessa Regione e l’Inps». Risultato? «È un continuo incolparsi a vicenda per il mancato arrivo del rimborso che avrebbero dovuto versarmi a inizio giugno. Di fatto, io e molti altri stiamo lavorando gratis». Alice N., 24 anni, romana, una laurea in Scienze della comunicazione e un master, racconta invece una storia fatta di burocrazia mista a incompetenza. «Il referente dell’azienda con cui ho sostenuto il primo colloquio dopo essermi iscritta alla Garanzia Giovani nel gennaio scorso non sapeva nemmeno come funzionasse il programma». Per non parlare dei sei mesi di attesa. «Ho iniziato il tirocinio a inizio giugno: 35 ore a settimana. Ovviamente – prosegue – devo pagare l’abbonamento per viaggiare sui mezzi pubblici e la benzina per la macchina. Il pranzo lo porto da casa per risparmiare, visto che l’azienda di servizi nella quale mi trovo non mi passa nemmeno i buoni pasto. Più che una “garanzia” è una presa in giro».

SPERANZE PERDUTE  «Io ho aderi­to da subito al progetto, sia nel Lazio che in Calabria, dove sono reside­nte», spiega Elodie D. «Solo dopo un anno ho avuto il pri­mo colloquio con il centro per l’impiego della mia Regione, che ­mi ha consigliata di lasciar perdere per­ché in Calabria il piano non era ancora partito e le probabilità di riuscita erano minime». Proprio così. Nel Lazio è andata meglio, anche se «solo a dicembre ho inizi­ato le pratiche e a febbraio è partito il tirocinio. Dopo cinque mesi e mezzo mi ritrovo senza un euro, il che mi porta a “pesa­re” sulle spalle dei miei genitori. Non si può andare avanti­ cosi: è demoralizzante e frustrante. Non siamo “choosy” come dice qualcuno, anzi, pur di non restare a casa con le mani in mano stiamo facendo tanti sacrifici. Anche a costo di farci mettere i piedi in testa», conclude. Vania M., diplomata al liceo linguistico, è residente in provincia di Latina. «In passato ho avuto esperienze come assistente domiciliare e ho fatto ripetizioni a ragazzi di scuole medie, ovviamente in nero – spiega –. La scorsa estate ho aderito al programma, convinta che fosse una buona opportunità. L’azienda per la quale svolgo il tirocinio l’ho trovata da sola e ho iniziato il 1° aprile: lavoro in un negozio di intimo, sto in piedi tutto il giorno senza mai sedermi. Mi sento frustata perché non solo la paga non è un granché ma ora, addirittura, non so se e quando riceverò ciò che mi spetta».

ASPETTA E SPERA  Francesca D., invece, ha 30 anni e una laurea in architettura conseguita col massimo dei voti. «Nel mio campo – dice – l’unico modo per fare esperienza è lavorare gratis. Non potendomelo permettere, pensavo che questa iniziativa mi avrebbe dato una qualche possibilità. Immaginavo che ci sarebbero stati dei ritardi nei pagamenti, ma credevo che almeno a metà percorso avrei visto qualcosina». Purtroppo non è stato così. «Ho iniziato il tirocinio in un famoso studio di Roma il 1° dicembre 2014 e l’ho terminato a fine maggio – aggiunge la ragazza –. In questi mesi ho fatto molto di più di quanto avrei dovuto, lavorando una media di dieci ore al giorno, a volte anche nei weekend. Mi devono 2.400 euro: inizio a pensare che non li riceverò mai». Di denunce così se ne contano a decine. A Genova, Emanuela N. ha iniziato il proprio tirocinio ad aprile: dei soldi che le spettano ancora nessuna traccia. Nella stessa situazione si trovano pure Silvia C. che, pur avendo iniziato il proprio percorso formativo a gennaio in un’azienda di Latina, è ancora in attesa del primo pagamento, e Francesco G., che dopo tre mesi di lavoro non retribuito come pittore dice, sconsolato: «Mi sento un extracomunitario nel mio Paese». Ma anche Airada B., che da inizio anno aspetta i suoi soldi, Wanda F., alla quale dalla Regione Lazio non rispondono nemmeno più alle richieste di chiarimenti, e Federica L., che dopo una serie infinita di vicissitudini ha scelto di dire «basta» e mollare tutto. E pensare che solo ad aprile il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, si diceva «soddisfatto degli obiettivi raggiunti». Contento lui.

 

Twitter: @GiorgioVelardi