A Venezia hanno vinto Renato Brunetta e Silvio Berlusconi ma non ha perso Matteo Renzi che per ora, secondo commenti ufficiosi, avrebbe sottolineato, non proprio dispiaciuto, come ad essere perdente sia stata la sinistra del Pd e come la sconfitta di Felice Casson confermi la necessità dell’‘avanti tutta’ con le riforme, in primis sul Senato dei non eletti.

In tutte le partite sulle riforme e sul contrasto ad impunità, privilegi ed opacità a favore di casta, come sulla difesa dell’ambiente e sull’introduzione degli ecoreati, Felice Casson, “giustizialista e fondamentalista” secondo Brunetta, ha fatto sempre sentire la sua voce e si è esposto con estrema coerenza, spesso in assoluto isolamento all’interno del Pd.

All’indomani del ballottaggio, che ha registrato un record di astensioni nel panorama di un voto amministrativo dove già la metà degli elettori aveva preferito rimanere a casa, il nuovo sindaco di Venezia, con il 53% dei voti, non è l’ex magistrato delle battaglie scomode ma l’imprenditore Brugnaro candidato di Fi, molto caldeggiato da Renato Brunetta.

Massimo Cacciari ha commentato la sconfitta del Pd a Venezia che si inscrive nella disfatta del Veneto e nel risultato complessivamente poco esaltante delle Comunali a livello nazionale, come “il suicidio perfetto” e l’ha attribuita allo scarso appeal elettorale di Casson e all’assenza di un volto nuovo.

E’ possibile che Felice Casson non fosse nato per fare il sindaco della sua città, anche se dopo Orsoni e il Mose la sua elezione sarebbe stata un segnale tangibile in controtendenza rispetto all’amministrazione precedente, e che il suo lavoro in Senato anche in vista dell’approdo molto ravvicinato della riforma costituzionale sia altrettanto importante.

Rimane un rammarico di fondo, per tutte le ragioni di cui Marco Travaglio si era fatto perfettamente interprete che avrebbero consigliato un profilo diverso da parte del M5s e che sono state in larga parte ignorate. Ragioni ineludibili che a Venezia, al ballottaggio, proprio in osservanza alla coerenza dei valori espressi e praticati dal M5s avrebbero imposto una posizione più risoluta a difesa della città oltraggiata da troppo tempo dalle scorrerie bipartisan e dunque non equidistante tra un candidato alla continuità e uno con una storia che garantisce per lui.

Le motivazioni rivendicate dai parlamentari del M5s per ‘la non ingerenza’ ai ballottaggi a prescindere dalle valutazioni di merito sui candidati sono più o meno le stesse di sempre: la contrarietà al sistema dei partiti, il no agli apparentamenti che nessuno ha peraltro evocato, il non volersi sostituire agli elettori.

Motivazioni rispettabili e anche condivisibili riguardo alla condizione che chi si candida ad una carica elettiva è preferibile che si dimetta dalla precedente, ma politicamente debolissime in particolare quando viene rivendicato come un buon risultato l’esito positivo di 3 ballottaggi su 3 in piccoli centri per un totale di 4 comuni su 500.