Chi non muore si rivede è una terapia. Non a caso alcune facoltà di medicina e scuole professionali di infermieristica lo hanno adottato come libro di testo. Con la stessa capacità comunicativa che contraddistingue da sempre l’analisi e divulgazione delle sacre scritture, il frate Alberto Maggi racconta a cuore aperto “l’esperienza del morire che paradossalmente ha arricchito la mia vita” iniziata il 9 aprile 2012 con un ricovero d’urgenza all’ospedale di Ancona. E infatti il sottotitolo del libro (pubblicato da Garzanti) è: “Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita”. A seguito della diagnosi di disseccazione dell’aorta il frate “eretico” – come veniva definito Maggi prima della proclamazione di Papa Francesco – ha sopportato una lunga degenza d’immobilità attraverso la comunicazione continua con i medici ed infermieri del reparto terapia intensiva e, per il tramite di facebook, i suoi tanti “amici”.

Dai post di questo “testamento spirituale” sui generis, e fortunatamente prematuro, è nato questo libro che Maggi, raggiunto da ilfattoquotidiano.it, dice portatore di “incredibili conseguenze”: “Lo leggono persone di ogni età, inclusi i giovanissimi, ed è molto diffuso nei reparti degli ospedali perché racconta un modo sereno di vivere la morte. Pensi lo scherzo del Padreterno – ride – è l’unico libro che non avrei mai pensato di scrivere e il mio più venduto”. Persino la storia della sua distribuzione è clamorosa: inizia con 5 amici del frate “occupati ad impaginare i post pubblicati durante la degenza e a diffonderli fotocopiati in centinaia di esemplari”, poi l’arrivo dell’edizione Garzanti e un boom di vendite che dura ancora oggi, a due anni dalla pubblicazione.

D’altronde l’occasione era perfetta: “Il frate innamorato della libertà” – come lo definì l’amico teologo Vito Mancuso, studioso e divulgatore del Vangelo con un approccio “compassione e intelligenza” tanto irritante per le gerarchie ecclesiastiche quanto illuminante per i credenti – è costretto a guardarsi indietro e rileggere la propria vita perché posto davanti alla possibilità della sua morte.

Ne è uscito un piccolo capolavoro guidato da quell’amore di verità da sempre rappresentazione di Maggi. La verità della sua vita, del suo pensiero e persino di quelle emozioni contrastanti, effetto del suo modo cristiano di vivere, qui raccontate senza alcuna remora: come nella parte dedicata alla morte della madre novantaduenne, avvenuta durante la degenza e vissuta da Maggi nella dialettica tra la felicità per la fine della sofferenza della donna e la tristezza, umana e sincera, per la perdita di quella “mamma” a lui sempre vicina, nel rispetto della “libertà” del figlio, la quale molti anni prima aveva reagito all’annuncio della sua vocazione con uno schietto: “Proprio a noi questa disgrazia!”.

Il racconto del “rapporto dialettico” con il vescovo di Ancona che non lo riconobbe e gli disse: “Perché non viene a insegnare da noi? Però venga lei, non quel Maggi che è pazzo”

E così, con questa leggerezza cosciente, anche aghi, tac, dolore e morte diventano “parte della vita” perché verità da raccontare, senza pregiudizi verso alcuna riflessione e con lo stesso stile utilizzato da Maggi nel rendere i testi sacri accessibili a tutti, perché “la vita del credente è basata sui vangeli, ma se questi sono mal tradotti o mal interpretati l’esistenza ne può essere pesantemente condizionata”. Di lì ritroviamo questo paziente particolare intonare Reginella con un’infermiera napoletana poi rinfrancare il personale medico con dialoghi sulle proprie condizioni personali e infine vivere con frustrazione i risultati negativi delle analisi, ennesima “prova” non gradita e ricondotta con ironia a quel dialogo tra Santa Teresa d’Avila e Gesù dove “di fronte all’ennesimo incidente che le era capitato Teresa protestò col Signore: ‘Ci voleva anche questo guaio!’. Gesù le rispose: ‘Teresa, io tratto così i miei amici’. E lei, di rimando: ‘Ah Dio mio, ora capisco perché ne avete così pochi!'”.

Si ride leggendo questo libro, senza alcun imbarazzo, come quando Maggi ricorda i primi anni trascorsi a Montefano quando “le bestemmie sembravano essere la colonna sonora che accompagnava il lavoro della gente” e il pensiero eretico diventa buona notizia: “Chissà forse il Padreterno non si offende ma sorride e ascolta indulgente queste stizzite richieste di aiuto. […] Come quel “contadino che confessava di bestemmiare la Madonna ‘ma mai la nostra, sempre quella di Montecassiano (il paese vicino, ndr)’”. Oppure quando rievoca alcuni aneddoti sul rapporto “dialettico” con le istituzioni ecclesiastiche, come nel siparietto col vescovo di Ancona che dopo un colloquio in cui quel giovane Alberto Maggi lo aveva conquistato gli disse senza riconoscerlo “Padre, perché non viene a insegnare ad Ancona che abbiamo tanto bisogno? Però venga lei e non quel padre Maggi che è pazzo“.

Io non mi sento fuori dalla Chiesa, è la Chiesa che deve convertirsi al Vangelo e non il contrario

Chi non muore si rivede è la frase con la quale Maggi salutò medici e infermieri prima dell’operazione più rischiosa. Non avevano mai visto qualcuno affrontare un intervento simile con quella serenità, effetto di una ricetta semplice: la convinzione di Maggi che “la mia vita è inserita in un grande disegno d’amore”, l’insegnamento più complesso e sfidante del Vangelo, come ricorda spesso Papa Francesco; quell’uomo che sta rendendo la Chiesa simile a quanto Maggi comunicava da tempo e che lo portava a rispondere a quanti lo dichiaravano “fuori dalla Chiesa”: “Io non mi sento fuori dalla Chiesa, è la Chiesa che deve convertirsi al Vangelo e non il contrario. Io lavoro per una Chiesa che, come insegna il Concilio, sia sempre ‘più fedele alla verità evangelica'”. Pare che il Padreterno abbia iniziato a dargli ragione.