“O Fortuna, velut luna statu variabilis”, ossia: “O Sorte, come la luna tu sei variabile”. Cosa determinò il recupero storico di giganti della musica come Bach e Vivaldi? Pura ironia della sorte o inevitabile destino generato dalla forza della dedizione? Due tra i più grandi musicisti di sempre che, appena dopo il passaggio a miglior vita, hanno conosciuto, insieme alla propria musica, il secolare oblio, la totale dimenticanza da parte di pubblico e critica. Un viaggio a Vienna alla ricerca della protezione di quel Carlo VI d’Asburgo la cui morte improvvisa causava, tra le altre cose, la mala sorte del veneziano Prete Rosso, Antonio Vivaldi, che di lì a un anno, nel mese di luglio del 1741, moriva nella più totale miseria e affetto da una violenta infezione intestinale. Il corpo veniva gettato in una squallida fossa comune, stessa sorte che esattamente mezzo secolo più tardi, toccava a Wolfgang Amadeus Mozart. A differenza di Mozart, la cui fama, senza interruzione alcuna, crescerà post mortem in misura esponenziale, la musica e il genio di Vivaldi, eccezion fatta per un lieve strascico negli ambienti musicali francese e tedesco, conosceranno quasi due secoli di totale oblio.

Pochissime esecuzioni, nessun onore per l’arte di un colosso in grado non solo di riformare la musica dell’epoca ma di incidere notevolmente su una folta schiera di musicisti suoi contemporanei, primo fra tutti Johann Sebastian Bach che, già venticinquenne, dei suoi concerti faceva copiose trascrizioni. Ebbene, bisognerà attendere il 1905 e la trattazione di Arnold Schering perché alla musica di Vivaldi si riconoscesse il ruolo centrale che tuttora detiene nella storia della musica. Secondo infatti lo stesso Schering, “nella formazione del concerto per violino Vivaldi ha un ruolo altrettanto esemplare di quello di Corelli per quanto riguarda la sonata”.

L’interesse per Vivaldi, con varie battute d’arresto dovute anche ai bombardamenti bellici della prima guerra mondiale (durante uno dei quali, ad esempio, una tesi di dottorato su Vivaldi del violinista e musicologo Marc Pincherle andò completamente distrutta), andrà progressivamente crescendo fino a culminare nella fondazione, nel 1947, dell’Istituto Italiano Antonio Vivaldi. Compito dell’Istituto, portato a termine nel 1972, fu quello importantissimo di realizzare l’edizione completa della musica strumentale del compositore-violinista veneziano, missione portata a termine con la stretta collaborazione dell’editore Ricordi. Analoga sorte, sebbene a fronte di una vita forse più appagante da un punto di vista professionale, toccò a un altro gigante della musica barocca, Johann Sebastian Bach. Dopo la morte la sua musica dovrà attendere quasi ottant’anni per ricevere le dovute attenzioni, e questo grazie all’esecuzione, ad opera di Felix Mendelssohn Bartholdy, della Passione secondo Matteo. Anche Mozart, senza conoscerlo, aveva avuto modo di ascoltarlo nella stessa chiesa nella quale Bach era stato Cantor et Director Musices, San Tommaso a Lipsia, occasione a seguito della quale il wunderkind salisburghese pare abbia esclamato: “Qui c’è qualcosa da cui possiamo imparare!”.

Sebbene mai totalmente offuscato, anche il genio rossiniano si può dire abbia conosciuto interi decenni di buio, tempi nei quali il nome del Cigno di Pesaro veniva collegato esclusivamente a un ristrettissimo numero delle sue opere. Col cambiare dei gusti e delle mode, infatti, i grandi capolavori rossiniani, nonostante l’incredibile fama e il colossale successo conosciuto in vita, gradualmente scomparvero dai cartelloni teatrali, per poi ritornarvi prepotentemente con quella che è giustamente passata alla storia come Rossini Renaissance, il rinascimento rossiniano. Rinascimento al cui nome sono indissolubilmente legati, a vario titolo e fra gli altri, Philippe Gossett, Claudio Abbado e Maria Callas, che, come indica Arrigo Quattrocchi, “per prima tentò l’impianto del canto di coloratura – la cosiddetta vocalità belcantistica, ndr – su una voce di soprano drammatico e non leggero”.

Cosa determinò un ritorno tanto inatteso del teatro rossiniano? Sempre secondo Quattrocchi, in uno scritto di circa venticinque anni fa: “Oggi (…) il pubblico non crede più in una produzione contemporanea, e si reca a teatro principalmente alla ricerca di un’evasione estetica e insieme “culturale” dalla vita quotidiana. È verosimile che gli ideali estetici di Rossini (…) si trovino in immediata sintonia con quelli “antirealistici” dello spettatore moderno; circostanza che permette di profetizzare al nuovo successo del teatro rossiniano una fortuna non effimera”. Nell’epoca del tutto e subito, del consumo fine a se stesso, del successo a ogni costo e dei talent produttori di effimeri fenomeni stagionali, tre esempi di una dedizione capace da sola di valicare i secoli, l’oblio e la dimenticanza.