Non è bastato l’Isis a farci cambiare atteggiamento. Quando è possibile, continuiamo a scherzare in modo demenziale sulle tragedie degli altri. A ripensarci bene, risulta incomprensibile perfino l’alzata di scudi per difendere la libertà di satira dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Perché il terrorismo non si combatte ridendoci sopra, e libertà di satira non significa libertà di mancare di rispetto agli altri. Ma, volendo riconoscere qualche merito anche a chi fa satira, ho dedicato un capitolo intero del mio ultimo libro a quelli che hanno il coraggio di farla in Medio Oriente a pochi passi dall’ISIS.

C’è chi preferisce ancora ‘cazzeggiare’. Come il grafico giapponese (@cusois) che, protetto da migliaia di chilometri di distanza, posta su Twitter vignette su Jihadi John che non fanno ridere nessuno. Oppure come chi, a Carnevale, ha fatto vestire i bambini da jihadisti. E ancora come il Teatro dell’Orologio di Roma che in questi giorni ha promosso su Facebook la sua campagna abbonamenti per la nuova stagione con l’immagine del boia dell’ISIS che sta per segare il collo ad un prigioniero. “Sarà una stagione da perderci la testa“, annuncia il banner e sembra quasi farci l’occhiolino per sottolineare l’argutissimo doppio senso che non vogliamo nemmeno fare lo sforzo di cogliere.

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Fabio Morgan, Direttore Artistico del teatro, giustifica così la sua trovata: «Abbiamo creato questa immagine per la campagna abbonamenti del nostro teatro perché pensiamo che il teatro debba essere una cassa di risonanza di tutte le tensioni, le passioni, le contraddizioni, le paure della quotidianità. Quando il teatro riesce a rappresentare tutto ciò raggiunge il suo scopo. L’immagine che abbiamo scelto voleva essere un’immagine positiva, un’ immagine che attraverso la creatività riuscisse a capovolgere un sentimento di paura e terrore, su un argomento, che molto spesso, viene affrontato solo in modo demagogico e strumentale». Giusto. Meglio il cazzeggio, allora.

Ma poi si scopre che in ginocchio, davanti a Jihadi John, è proprio lui, il Direttore Artistico. Evidentemente, non ha saputo resistere alla tentazione di farsi disegnare nella vignetta, e da lì sorride compiaciuto. Morgan spiega che la sua intenzione è terapeutica: «Il sorriso del condannato, il mio, è un sorriso liberatorio e satirico che vuole andare oltre le nostre paure attraverso la cultura, l’ironia, attraverso il teatro! Ci tengo però a ricordare che il nostro teatro presenta una stagione con più di 30 compagnie teatrali, per la maggior parte costituite da giovani autori, registi e attori, che mettono tutta la loro passione per cercare di realizzare spettacoli di grande qualità».

Appunto. E chi vi assicura allora, caro Morgan, che una battuta fuori luogo non mandi in vacca la promozione di un lavoro di qualità fatto da altri se non addirittura l’immagine di tutto il Teatro? Qualcuno crede ancora che per fare della buona pubblicità basti fare una battuta qualsiasi, perfino una battuta idiota? Questo significa considerare idiota anche il pubblico.