Tre figure di donne del mito. Forse mitiche, forse mitizzate. Tre modi differenti di intendere l’essere, il sentirsi donna, femmina, amante, madre, moglie. Impossibile non bollare il testo di femminismo, senza gridare alle streghe.

Ma l’accusa, anche violenta, il dito puntato verso l’uomo è incondizionatamente oggettivo, definitivo, senza scampo né salvezza né tanto meno perdono; per questo, secondo loro, essere insignificante, assente ingiustificato alla tavola rosa in questione, dove si celebra il rito del fango nei confronti del maschio, la sua emarginazione, dismissione, licenziamento.

Sembra che le tre di ‘Solo di me’ (a cura dei milanesi Teatro I) Medea, Ifigenia e Alcesti (insieme potrebbero, forzando le iniziali, formare un ‘mia’, aggettivo possessivo che la donna anni ’70 pronunciava a protesta rivendicando, difendendo e brandendo la propria autonomia e indipendenza), vogliano in ogni modo escludere il maschio dal processo produttivo della vita, dal contesto terreno, con quest’iniziazione (che però molto sa di audizione-provino-talent show, che tanto va di moda) che però termina in modo infausto.

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Vede, infatti, M e A, due macchiette-arpie eccessivamente sbraitanti e lacrimevoli, più ridicole che grottesche con borse mignon stile vaso di Pandora, di colori da Luna Park e cipria in faccia, bocca a cuore e capelli raccolti a mo’ di bambine elettrificate, adolescenziali ed urlanti.

Un’ora e mezza di toni e volumi altissimi a sovrapporsi, una ‘gara’ a chi fa la voce più grossa e stridula che vince Anna Della Rosa che soppianta e ‘mangia’ e schiaccia Anahì Traversi, facendola scomparire.

Rovesciano il loro verboso fiume incontrollabile di parole verso l’inerme, impotente, silenziosa Ifigenia (poi parlerà nel finale Paola Tintinelli, sposa emmadantesca quasi fatina pinocchiesca suicida come Pinelli, per raccontarci, al terzo finale, una favoletta moralistica dalla quale dovremmo trarre chissà quale messaggio esistenziale; era meglio lasciarla senza parole) che viene bombardata a più riprese senza pause, senza riposo, senza sollievo. Povera.

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Se Medea (indifendibile lo stereotipo della donna incinta con imbottitura piumosa che salta) si era ribellata a Giasone uccidendone i figli (sempre maschi da eliminare, quindi avversari da abbattere) e Alcesti, invece, si era immolata per il marito pusillanime Admeto, qui Ifigenia, vergine sacrificata, cerca e trova la morte spinta e indotta dalle altre due (dopo un’infinita litigata isterica) in abito nuziale, come a dirci che è meglio la morte autoinflittasi che una vita accanto ad un despota che usa il pene come scettro.

Non si può certo affermare che non sia un testo politico. Nella messinscena, (e non sappiamo se alcuni fraintendimenti dipendano dal fatto che l’autore, Francesca Garolla – che con questo testo sarà ad Avignone questa estate – e gli attori sulla scena, le tre sopracitate, siano donne mentre la regia, Renzo Martinelli, un po’ superba e disordinata, sia maschile) tra sedie di legno che tanto fanno ‘Cinema Cielo‘ di Danio Manfredini, un orologio da bomba alla Stazione di Bologna e rumori assordanti di ogni tipo, dalle catene ad un friggere come tappeto sonoro, fino all’uso dei microfoni (ininfluente, debordante, ammorbante), tutto si assomma, rimbalzando eco, appesantendo i già non facili appigli drammaturgici.

Un testo umorale che mette in evidenza proprio quello che gli uomini non cercano; un manuale per donne single. Piccole donne crescono. Tremate, tremate, le streghe son tornate. Anche se quell’uomo-nemico oggi è ridotto a piccole riserve, tacciato di ogni fallimento e mancanza.

Visto al Teatro I, Milano, il 20 maggio 2015