Notari-RavarinoHo partecipato ieri mattina alla presentazione di un eccellente libro scritto da un veterano delle lotte sindacali in polizia, Luigi Notari, in collaborazione con un giornalista assolutamente non embedded come Mauro Ravarino.

Il libro, intitolato ‘Al di sotto della legge, ricostruisce le appassionanti vicende del movimento democratico dei poliziotti dagli anni Settanta ad oggi.

Nel capitolo conclusivo, traendo un bilancio del lavoro compiuto, Notari afferma quanto segue: “Lo spirito della riforma tendeva a realizzare una polizia vicina ai diritti di tutti, alle incertezze della gente. Un’istituzione capace di riassicurare il cittadino dalle paure sociali ed economiche, senza comprometterne la libertà e tutelandone i diritti. Di fatto, si sarebbe trattato di un pezzo di welfare state. Purtroppo non è andata così: nell’ultimo ventennio, la paura e l’insicurezza sono state usate per orientare, governare e dominare i cittadini. L’esatto contrario di ciò che voleva il movimento per la riforma di polizia”.

Notari aggiunge come la risposta migliore in questa situazione si riassume nel compito di “ricostruire la partecipazione politica e sociale, ridare autorevolezza alle istituzioni e praticare il pensiero critico”. Il che “sarà utile a tutti, alla democrazia e, anche, alla nostra polizia”.

Di un tale sforzo abbiamo in effetti bisogno come dell’aria per respirare. Uno dei capitoli centrali del libro è dedicato alle vicende di Genova. In relazione a tali vicende Notari denuncia l’incompetenza dei vertici: “l’intervento alla scuola Diaz fu deciso e coordinato dai massimi dirigenti della polizia italiana che nella loro carriera si erano occupati principalmente di mafia e di criminalità comune. Questioni completamente differenti dall’ordine pubblico”.

Ma soprattutto sottolinea la penetrazione di un’ideologia di stampo gerarchico ed autoritario: “Da tempo, almeno dai tempi della Uno bianca, lanciavo l’allarme dei rischi di una cultura di ritorno alla militarizzazione e alla cultura gerarchica rigida, del tentativo di omogeneizzare la nostra istituzione con le forze di polizia non civili. In un ambiente simile si è portati all’obbedienza, alla conformità, all’assenza di spirito critico. Si passa da una concezione riformista di ‘poliziotto cittadino e lavoratore‘ a quella di ‘poliziotto militare‘, ben più militare di quanto lo eravamo noi prima della legge 121. E in questo la formazione ha giocato un ruolo negativo”.

Separatezza dell’istituzione dalla società. Lacune inescusabili nella formazione, nell’addestramento, nella preparazione delle forze di polizia che siano imperniati sui principi della difesa dello Stato di diritto e dei diritti inviolabili di ogni cittadino. Sono questi, tuttora, i punti di maggiore debolezza delle forze dell’ordine. Unitamente, beninteso, alla difesa a spada tratta dell’impunità che contribuisce a minare alle fondamenta il rispetto che gli operatori delle forze dell’ordine dovrebbero meritare per la loro opera. Le promozioni dei soggetti coinvolti nelle vergognose vicende di Genova dimostrano, afferma Notari, che “l’apparato ha voluto dimostrare di potere ignorare le accuse esterne. Il potere si è autorassicurato”.

Un atteggiamento estremamente miope e assolutamente non all’altezza delle vere sfide, riproposto recentemente dal capo della Polizia Pansa, con la sua arrogante e inaccettabile richiesta di un procedimento disciplinare nei confronti del magistrato genovese Zucca, d’intesa con l’ineffabile Alfano, uno dei peggiori ministri degli interni che la nostra storia ricordi, per aver dichiarato che c’è stata una rimozione dei fatti di Genova e della Diaz.

Un’ennesima dimostrazione di tartufismo autoritario che paradossalmente conferma a pieno l’assunto di chi si vorrebbe sanzionare per aver espresso legittime e purtroppo probabilmente fondate preoccupazioni. Come affermato dai giuristi democratici in solidarietà con Zucca “Sostenere che le parole del Dott. Zucca risultino ‘inutili, dannose e offensive dell’immagine della Polizia di Stato’ significa dimenticare la sentenza della Cedu che ha duramente stigmatizzato il comportamento delle Forze dell’Ordine in occasione dell’intervento presso la Scuola Diaz ed ha condannato l’Italia, oltre che per le violenze ingiustificabili verificatesi in quell’occasione, anche per non aver introdotto nell’ordinamento il reato di tortura, segno evidente del valore attribuito dalla Cedu a quelle violenze”.

Sempre attuale risulta dunque la sacrosanta battaglia per una riforma della Polizia che riattribuisca ai poliziotti e a tutti i membri delle forze dell’ordine, com’è preciso diritto e interesse loro e di tutta la cittadinanza, lo status di cittadini e lavoratori, non il ruolo di robocop non pensanti pronti a dare attuazione ad ogni ordine scellerato proveniente dalle gerarchie o dalla sempre più screditata classe politica.