castiglione-alfano“Può capitare di invitare a cena qualcuno che poi, quando se ne va, si porta via un po’ di argenteria. A questo punto lo si denuncia e gli faranno un processo. Certo, fino alla conclusione del processo, questo signore non è tecnicamente un ladro perché una sentenza che lo dice nelle forme di legge ancora non c’è. Ma voi lo invitereste di nuovo?”.

Dopo l’esplosione di Tangentopoli, con questa metafora il magistrato Piercamillo Davigo traduceva e semplificava le molte contraddizioni insite al garantismo politico. Il garantismo non è una religione: è bene puntualizzarlo perché sembra non essere chiaro a tutti. Quelli che a qualsiasi domanda si ponga loro rispondono lapidari “Io sono garantista”, come stessero dicendo “Io sono cattolico” o “Io sono musulmano”, convinti di liquidare con questa esternazione identitaria ogni contraddizione, devono pensare che il garantismo sia un antico culto pagano. Davanti all’altare della presunzione d’innocenza l’adepto sacrifica capacità di valutazione, buonsenso e senso di opportunità e sospende non solo il giudizio ma anche le capacità di intendere e volere.  Per il fedele garantista è peccato mortale esprimere un giudizio di qualunque genere sul garantito, animale sacro da proteggere:  fino al terzo grado di giudizio, e al primo venerdì di luna piena, sia maledetto chiunque si azzardi ad emettere un fiato.

Questa religione va per la maggiore in ambito politico, dove sembrano convinti che a forza di presumerla l’innocenza prima o poi arriverà. Peccato che sia più probabile veder arrivare Godot un po’ affannato che grida “Scusate il ritardo”. Il garantismo in politica – come succede quasi a tutto ciò che entra in politica – ha finito per diventare ottuso e pilatesco (talvolta in maniera strumentale talvolta in maniera codarda): all’opportunità di rimuovere un indagato dal proprio incarico si antepone in loop la storia dei tre gradi di giudizio, senza nessuna considerazione che esuli dal solito refrain, senza ponderare le caratteristiche del singolo caso, senza lasciare un minimo di spazio a valutazioni di opportunità politica.

L’elemento più inquietante è come il garantismo venga utilizzato a mo’ di schermo solare per non bruciarsi al sole di eventuali scandali politici: l’aspetto principale non è la mancata rimozione dell’indagato ma il fatto che il capo di partito si rifiuti addirittura di fare delle considerazioni sulla questione, che eviti di pronunciarsi sull’aspetto morale della faccenda, che si nasconda dietro ai tre gradi di giudizio come dietro tre strati di protezione solare 50 più.

Il rischio di ustionarsi ai raggi dell’indagine sul Cara di Mineo che vede indagato il sottosegretario Giuseppe Castiglione ha spinto Renzi a ripetere la solita solfa: “La magistratura faccia il suo mestiere. Io però sono un garantista e non intervengo”. Anzi scusatemi ora vado a pregare.