Su citazione di Marco Travaglio sembra quasi induscutibile il dato che il Belpaese si dimostri il più teledipendente d’Europa. Come lo stesso menziona, anche l’oramai Cavaliere senza più spada e lasciato a piedi dal suo cavallo bianco lo ammette a Che Tempo Che Fa. Pur essendone l’imbattile precursore, Berlusconi tira in ballo i nuovi beniamini dei talk show, Renzi e Salvini, il cui volto appare in televisione quasi più di Maria De Filippi e Barbara D’Urso.

Quello tra politica e televisione sembra un rapporto oramai ben consolidato, nato quasi per caso come un’unione extraconiugale ed ufficializzato quando si è capito che in fondo i presupposti affinché funzionasse c’erano tutti.

Se questo sembra essere oramai stato consacrato come un rapporto che viene senza alcun imbarazzo vissuto alla luce del sole, su di una scia diversa nella forma ma nell’intento non cosí dissimile, si muove invece lo stesso in Regno Unito.

In clima pre-elettorale mentre quasi tutti i media britannici, eccetto The Guardian, palesavano un tifo smisurato verso il partito conservatore di Cameron, su di una rete televisiva britannica andava in onda un programma settimanale dal titolo: ‘Romanians are coming’.
In sostanza si documentavano storie di rumeni in Regno Unito, in un’ambientazione alquanto grottesca caratterizzata da camerate poco arieggiate occupate da venticinque persone ed ovviamente le storie prese in considerazione erano sempre le stesse: da quelli che ammettevano pubblicamente (chi lo sa se spontaneamente) di percepire sovvenzioni governative che inviavano alle famiglie in Romania, a chi raccontava di aver perso vari lavori per essere stato trovato ubriaco. Come da copione, per non tralasciare nessun tipo di stereotipo. Anche se poi, tra una storiaccia e l’altra, l’occhio della telecamera cadeva anche su chi tornava sporco dopo una giornata lavorativa di quindici ore no stop. O chi ammetteva di essere scappato da condizioni invivibili che non avrebbero permesso di costruire alcun futuro, e per se stessi e per la propria famiglia.

Durante lo stesso periodo era andato in onda un altro documentario. Al posto dei rumeni questa volta c’erano gli extracomunitari, ma le loro storie erano pressappoco simili, raccontando come si arriva dal continente africano per esempio al Regno Unito. Qualcuno senza timore ammetteva che una volta arrivati in Francia, ci si accampava nelle campagne poco distanti la strada e sin dall’alba, nascosti tra l’erba alta, si aspettava il momento giusto per salire in corsa su di un mezzo pesante di passaggio. Qualcuno dei conducenti era complice e spesso decidevano di aiutarli dietro compenso. Quando il reporter ha chiesto ad uno di loro: “Non hai paura di dirlo in tv e che la polizia ti cerchi per rispedirti a casa?” uno di questi ha risposto: “No, è più importante essere un uomo libero anche per un giorno solo, che schiavo tutta la vita”.

La questione non riguarda più dove fare politica. Sarebbe come discutere sulla legalità del divorzio ma non siamo più negli anni ’70. È chiaro oramai che la si faccia ovunque e che il sistema tv sia ad essa intrinsecamente collegata.

È nel come che si stanzia la sottile differenza tra fare politica  in modo esplicito, estrinsecando ampiamente note di critiche o consensi, o in modo implicito, attraendo all’esca il ‘pesce rosso’, inconsapevole, che non può che abboccare.

Siamo dunque sicuri che per fare politica in televisione bastino i faccioni truccati dei politici nostrani? Non sempre, forse.

Qualcuno direbbe: paese che vai, usanze che trovi.

di Antonia Di Lorenzo

Scrive di Londra anche su ilnuovo.me/category/qui-londra/, sul suo blog personale antoniadilorenzo.blogspot.co.uk ed in inglese sulla piattaforma Readwave www.readwave.com/antonia.di.lorenzo/stories/