Dati allarmanti da un convegno di medici specialisti: in carcere contraggono malattie il 60-80% dei detenuti

dal numero zero di VoceLibera, Magazine della Casa Circondariale di Busto Arsizio (scarica qui l’intero numero)

Dietro le sbarre si soffre, e non solo della mancanza di libertà. Lo hanno scritto gli esperti della Simspe, la Società italiana di medicina penitenziaria nel loro rapporto periodico. Ne emerge un quadro allarmante che mette in luce dati poco conosciuti: in carcere contraggono malattie il 60-80% dei detenuti. I tossicodipendenti sono il 32%, il 27% ha un problema psichiatrico più o meno grave, il 17% ha malattie osteoarticolari, il 16% cardiovascolari e circa il 10% problemi metabolici e dermatologici. Tra le malattie infettive è l’epatite C la più frequente (32,8%), seguita da Tbc (21,8%), Epatite B (5,3%), Hiv (3,8%) e sifilide (2,3%).

“Il carcere è un concentratore di patologie perché raccoglie e mette insieme popolazioni che arrivano da zone ad elevato rischio di patologie infettive (Africa, Asia ed Est Europa) con altri soggetti sani” secondo Roberto Monarca, presidente della scuola di formazione della Simpse. Secondo l’esperto, “ci sono situazioni cliniche che non sono compatibili con il regime di detenzione carceraria, ad esempio la dialisi, le patologie oncologiche, i trapiantati, ma anche i disturbi alimentari – osserva – e il Magistrato, dopo aver visionato la valutazione del medico, decide in base alla pericolosità del soggetto le possibili alternative: arresti domiciliari, reparti ospedalieri detentivi o ricovero in centri specializzati”.

La perdita del diritto alla salute è, in qualche modo, una pena accessoria “occulta”. Secondo i partecipanti al convegno della Simspe, si tratta di una situazione preoccupante che è stata addirittura peggiorata quando la responsabilità è passata dal carcere alle Asl. Le cause sono da individuarsi nella elevata presenza di soggetti a rischio, come i tossicodipendenti, ma anche il sovraffollamento che favorisce i contagi e l’assenza di controlli sistematici, per cui anche le dimensioni esatte del fenomeno non sono conosciute. Non esiste infatti un Osservatorio Epidemiologico Nazionale, e solo due regioni hanno attivato quello locale. La salute degli ospiti delle nostre prigioni è a rischio per malattie infettive e disagio psichico. Molti giovani detenuti hanno per la prima volta una visita medica in carcere, un primo approccio che permette di scoprire malattie che il soggetto non sapeva di avere, visto che il Paese d’origine non aveva mai fatto controlli.

Il problema non riguarda solo il mondo carcerario, che pure è una “città” di 54 mila abitanti. Come è emerso da diversi rapporti la prigione può diventare una “riserva di virus” che poi circolano all’esterno, anche in virtù del fatto che migliaia di detenuti restano per meno di una settimana dietro le sbarre. Serve una seria campagna di informazione e sensibilizzazione sulle patologie infettive croniche negli istituti di pena, un problema che non riguarda solamente i detenuti ma tutto il personale addetto alla sorveglianza e rieducazione. Oltre la metà delle persone detenute risulta venuta a contatto con il virus dell’epatite B, anche se coloro che risultano portatori attivi di malattia si attestano al 5-6% dei presenti. I test di screening cutanei sulla Tubercolosi, che non rilevano la malattia attiva ma permettono di identificare i portatori dell’infezione che, notoriamente, la manifestano solo in caso di riduzione delle difese immunitarie, risultano 15-20 volte superiori alla popolazione generale e, tra i detenuti stranieri, oltre la metà risultano positivi.

Secondo il rapporto del Forum antidroghe, un detenuto su tre è entrato in cella per detenzione di droga. L’infezione Hiv è ancora oggi ampiamente diffusa tra le persone tossicodipendenti, con prevalenze in questi maggiori del 20% e del 5-7% della popolazione generale residente. Le malattie a trasmissione sessuale appaiono di frequente riscontro in tale ambito e, segnatamente, la Sifilide pur interessando non più del 2-3% dei presenti, mostra un tasso di inconsapevolezza elevatissimo, superiore all’85%. L’Osservatorio Permanente sulle Morti in Carcere fornisce dati a dir poco sconcertanti. Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, overdose. Tra il 2000 e il 30 novembre 2014, le persone morte per suicidio sono state 842, mentre il totale dei morti in carcere è stato di 2.364. Un dato sottostimato, che non tiene conto dei casi di persone che sono morte durante il trasporto all’ospedale, o che vi sono state portate solamente quando non c’era più nulla da fare in carcere, morti che non compaiono in alcuna statistica degli “eventi critici”. Evidentemente le condizioni di salubrità degli ambienti e quelle relative alla qualità della vita carceraria non collimano con le esigenze di tutela della salute dell’individuo. La prossima introduzione di nuovi farmaci per il controllo di alcune di queste infezioni, potrebbe permettere una loro cura durante il periodo detentivo, restituendo alla società uomini liberi sia dalla propria pena che da un’infezione oramai non più trasmissibile.

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