Quando si dice “Beatles” è sempre più facile imbattersi in opinioni che tendono a ridimensionarne (se non annientarne) l’importanza storica, ma resta il fatto che la band dei quattro ragazzi di Liverpool rimane probabilmente l’unica ad aver avuto un’influenza enorme e trasversale all’interno della popular music. Nell’immaginario collettivo sono entrati nel mito all’istante grazie alla musica e anche ad altri fattori, non ultimo il saper inventare e lanciare nuove mode.

Sono passati più di cinquat’anni da quando i Beatles – taglio di capelli e volti da bravi ragazzi, vestiti impeccabili e stivaletti aderenti con “tacco flamenco” – muovevano i primi passi all’interno del music business ma Paul McCartney sembra avere la stessa energia di allora e sull’enorme palco della o2 di Londra da vita ad un concerto memorabile. Gli stivaletti “alla Beatles” e la familiare postura e fisionomia di McCartney abbagliano la mente e hanno la stessa potenza dirompente dei ricordi che le sue canzoni riporteranno a galla nelle quasi tre ore di concerto, con poco più di 40 canzoni eseguite andando ad attingere dal repertorio solistico, dei Beatles e degli Wings.

L’inizio è quanto di più inatteso ci possa essere poiché “Eight Days a Week” è un brano che difficilmente aveva trovato spazio nei live di McCartney; altre sorprese non si faranno attendere, anche se non si sarebbe trattato di nuovi ospiti sul palco, come era accaduto nella data londinese del giorno precedente, quando ad accompagnare McCartney in una versione molto tirata di “I Saw Her Standing There” sarebbe salito sul palco un emozionato e felice Dave Grohl. Per tutto il concerto l’ex Beatles alterna una serie infinita di aneddoti, dal racconto di quando aveva visto Jimi Hendrix suonare “Sgt Pepper’s Lonely Heart Club Band” due giorni dopo l’uscita del disco, alla storia dietro “Blackbird” – che mette nuovamente a tacere ogni altra teoria – in difesa dei diritti civili.

È un susseguirsi di flashback sia per il pubblico che – probabilmente -per McCartney che rimane con la voce strozzata in gola quando introduce “Here Today“, canzone scritta dopo la morte di John Lennon e nella quale Paul canta di una conversazione immaginaria con John. “Something” – eseguita inizialmente con un ukulele – è invece l’ omaggio a George Harrison e anche in questo caso Paul non risparmia un aneddoto ammettendo che Frank Sinatra alla domanda “qual è la canzone della coppia Lennon-McCartney che preferisce?” avesse risposto “Something” (che porta ovviamente la firma di Harrison). “Paperback Writer” viene eseguita con la stessa chitarra originariamente utilizzata per registrare il riff del brano! Mentre “Another Girl” viene rivisitata nell’arrangiamento. Una sorpresa attende il pubblico della o2 Arena: per la prima volta viene eseguita dal vivo “Temporary Secretary“, brano del 1980 intriso di sonorità elettroniche, che ancora una volta sottolinea l’abilità di McCartney nello sperimentare senza snaturare il proprio marchio di fabbrica. “Live And Let Die” è impressionante scenograficamente, con veri fuochi di artificio a sottolinearne il ritornello. Paul McCartney – accompagnato sul palco da quattro musicisti, due dei quali chitarristi – ha scelto poco più 40 canzoni e tutte suonavano come classici, avrebbe potuto sceglierne altre 40, ottenendo lo stesso risultato.