“Dobbiamo spazzare via lo smog del linguaggio volgare”, ha detto utilizzando la chiarissima metafora dell’inquinamento meteorologico il portavoce dell’amministrazione per il Cyberspazio cinese, Jiang Jun. “E le imprese Internet – ha aggiunto – devono assumersi la responsabilità di farlo”.

Detto fatto: nell’ambito dell’operazione per “la pulizia di Internet”, l’agenzia impegnata ad “armonizzare” la Rete ha pubblicato una lista di venticinque parole che vanno rimosse dalle chiacchiere virtuali. Ripresa poi dal Quotidiano del Popolo, la blacklist riporta anche il numero di volte che dette parole ricorrono su siti, social network e servizi di messaggistica istantanea che connotano una Rete, quella cinese, che dal computer va spostandosi sempre più sul mobile.

Va fatta una premessa. Il putonghua (cinese mandarino) ha tantissimi omofoni e usa caratteri invece di simboli fonetici (come le lettere del nostro alfabeto); quindi, un po’ per non essere beccati dai solerti censori e un po’ per giocare con la lingua, i netizen cinesi utilizzano spesso “segni” che non rappresentano quella specifica parola, ma che sono comunque omofoni. Un po’ come fanno i nostri ragazzotti o i corrispettivi anglofoni quando scrivono “k” al posto di “ch” o “u” al posto di “you”, ma nel caso cinese usando i caratteri, ognuno dei quali ha già significato compiuto.

Facciamo qualche esempio. Al sesto posto della lista, c’è il carattere cao, che letteralmente significa “erba”. Ma dato che è omofono di “scopare” (il fuck inglese), se qualcuno vi scrive “erba” non sta offrendovi uno spinello, bensì mandandovi a quel paese. Numero uno delle parole sconvenienti è però “tua madre” (ni ma), un’imprecazione con significato simile al quasi corrispettivo italiano, con quello che sottintende. In Rete, viene però ormai per convenzione scritta con due caratteri che non corrispondono a “tu” e “mamma” e che, messi insieme, non hanno nessun significato particolare. Questa parolaccia ha quasi 250 milioni di ricorrenze, secondo il Quotidiano del Popolo.

Anche le variazioni sul tema, “tua sorella”, “sua madre” e “fotti tua madre”, sono considerate sconvenienti e scritte con caratteri omofoni che non corrispondono al significato.
Altra parola da tagliare – numero due della lista – è diaosi (“perdente”, “sfigato”), che alla lettera rappresenta una parte (non il tutto) del membro maschile. A seguire, doubi, letteralmente “divertente vagina”, che indica una persona simpatica ma stupida.

L’organo sessuale femminile è onnipresente. Se, per esempio, due ragazze litigano in pubblico tirando in ballo reciproci innominabili segreti, avremo due sibi, cioè “vagine strappate” (13esimo posto della blacklist), il che rende abbastanza l’idea. E al 17esimo posto compare un must dei tassisti pechinesi, cioè shabi, “stupida vulva” (lo stupid cunt britannico), che noi sottoporremmo a cambio di sesso e tradurremmo come “cazzone”. Al ventesimo c’è bilian, letteralmente “loto verde”, ma omofono di “faccia da vulva”, cioè svergognato, spudorato.
Notevole è anche “piscina azzurra”, cioè bichi: peccato che sia la trascrizione fonetica del bitch inglese (“cagna”, “puttana”).

“L’adozione di parole volgari condiziona i valori degli adolescenti e il loro orientamento estetico, danneggiandone le competenze linguistiche”, ha proclamato al Global TimesCao Yaxin, funzionario di un ente che si occupa di comunicazione su Internet. Il tentativo di reprimere il fenomeno si inserisce però nel più generale riacutizzarsi della censura: account di personaggi troppo critici e influenti cancellati, qualche arresto con tanto di autocritica in diretta televisiva. Ma questa volta, le autorità si trovano a “scopare il mar con la forchetta”, almeno per due motivi: la capacità degli Internet user cinesi di ridefinire il linguaggio in maniera costante e virale, grazie anche alle sue caratteristiche particolari; i numeri elevatissimi con cui una eventuale censura si trova a fare i conti (ricordiamo quei 250 milioni di ricorrenze per ni ma). Certo, si possono usare filtri, ma bisogna poi aggiornarli di continuo.

C’è infine il fattore economico, ben esemplificato da un recentissimo esempio. Nell’ultima ricorrenza di Piazza Tian’anmen, il tentativo di cancellare tutti i riferimenti al “4 giugno” ha dato esiti grotteschi. Gli utenti di WeChat – il servizio di messaggistica – che volevano trasferire online quantità di denaro che contenessero i numeri 64 e 89 si sono trovati spesso la transazione bloccata. Hu Yong, professore dell’università di Pechino, ha detto a Bloomberg: “La microgestione del cyberspazio ha il potenziale rischio di trasformare l’industria di Internet, che è in piena espansione, in acqua stagnante”.

di Gabriele Battaglia