E’ stato ritenuto colpevole di omicidio di secondo grado, Nathan Campbell, che quasi due anni fa, a Venice Beach, in California, alla guida della propria auto investì e uccise l’imprenditrice bolognese Alice Gruppioni, in viaggio di nozze con il marito. Ferendo nel processo altre 17 persone, tra turisti e venditori ambulanti. Il prossimo 5 agosto, infatti, il tribunale di Los Angeles leggerà in aula la sentenza di condanna e stabilirà la pena che il trentanovenne pregiudicato del Colorado, dipendente da droga e alcol, dovrà scontare, dopo che la giuria americana ha chiesto per lui l’ergastolo, più altri 35 anni di carcere per tutti i capi d’accusa che gli sono stati imputati: 16 per assalto con un’arma mortale, e 17 per azioni da pirata della strada, per non aver prestato soccorso dopo l’incidente.

Secondo l’accusa, che per Campbell invece aveva chiesto la pena di morte, l’uomo quel giorno sarebbe stato in cerca di vendetta. Ingannato dal proprio spacciatore, fuggito con l’anfetamina già pagata per un valore di 35 dollari, come lo stesso Campbell aveva raccontato a un senza tetto prima dell’omicidio, “diglielo, ci passo sopra a quelli lì”, il 3 agosto del 2013 era salito a bordo del proprio Dodge Avenger, e a velocità sostenuta, verso le 18, ora locale, aveva invaso con l’auto il marciapiede del lungomare di Venice Beach, travolgendo passanti, turisti e venditori ambulanti. E travolgendo anche Alice Gruppioni, che stava visitando una delle aree più celebri della Città degli Angeli mano nella mano con il marito, Christian Casadei, architetto di Cesena, sposato il 20 luglio 2013, che nel tentativo di salvarla era rimasto ferito. Ma per lei non c’era stato nulla da fare. Non erano arrivati in tempo i soccorsi per la dirigente del gruppo Sira di Pianoro, 32 anni, dopo che Cambell l’aveva travolta, per poi trascinarla sull’asfalto per oltre 100 metri tanto da provocarle un trauma cranico fatale, e Alice Gruppioni era deceduta lì, sul marciapiede di Venice Beach, pochi minuti più tardi, come ha raccontato in aula proprio Casadei.

Campbell, quindi, aveva tentato la fuga, ma due ore dopo si era arreso alla polizia, che l’aveva arrestato a Santa Monica, sempre sul litorale di Los Angeles. E ora è stato ritenuto colpevole, dal tribunale cittadino, di omicidio preterintenzionale, più altri capi d’accusa per aver non aver prestato soccorso dopo l’incidente, e rischia l’ergastolo.

Una vicenda che tuttavia, non si concluderà con la condanna di Campbell. “Siamo grati al lavoro del procuratore generale Victor Avila e riguardo l’assassino ci concentriamo sulla perdita di Alice, che è il solo vero incubo che non terminerà mai” è il commento di Valerio Gruppioni, padre di Alice, in seguito alla sentenza Cambell. Ma, ha aggiunto infatti il padre di Alice, “per quanto possibile, coi mezzi che ci sono dati per farlo, la giustizia non avrà fatto il suo corso fino a che non avranno pagato tutti quelli che hanno permesso questo omicidio”.

A luglio 2014, un anno dopo la morte di Alice Gruppioni, infatti, la famiglia della vittima aveva fatto causa alla città e la contea di Los Angeles, ritenute responsabili di aver causato la morte della ragazza per via delle condizioni di pericolo a cui il pubblico, turisti e residenti, sarebbero sottoposti sul lungomare pedonale di Venice Beach, affollato e a ridosso della strada. A formalizzare l’azione legale, presentata alla Corte superiore della città californiana il 30 luglio scorso, Casadei e i coniugi Gruppioni, rappresentati dall’avvocato Greg Bentley dello studio SBEB LLP di Los Angeles.

La città, dice il padre di Alice, ha permesso quanto accaduto “non mettendo in sicurezza il luogo del delitto. Sicurezza minima che un’amministrazione deve garantire per i suoi cittadini e per le tante persone che vanno negli Stati Uniti, pensando a un paese che garantisce la loro incolumità. La mancanza di questa sicurezza minima di base, come l’assenza di semplici fittoni che garantiscono una zona pedonale, ha permesso di strappare una figlia a una famiglia, facendo pagare a tutti un prezzo di dolore devastante per tutta la vita”.