Nonostante le dichiarazioni vittoriose diramate dai piani alti del Nazareno, i due milioni di voti persi per strada alle Regionali dal Partito democratico hanno lasciato il segno. E ora Matteo Renzi potrebbe rimettere mano agli assetti del Pd. Già da lunedì prossimo, quando in direzione nazionale, aprirà la discussione sulla riorganizzazione interna. Questione di forma, innanzitutto, per costruire un sistema in grado di riverberare a tutti i livelli, da quello centrale a quello locale, la linea del premier-segretario. Ma soprattutto di sostanza: l’obiettivo è quello di porre definitivamente un argine al far west del dissenso parlamentare che, tra i banchi della minoranza dem, ha raggiunto livelli ormai intollerabili per la soglia di sopportazione del Rottamatore fiorentino. Insomma, dalla segreteria agli organismi parlamentari, nessuno è al sicuro. E c’è già chi prevede un vero e proprio redde rationem che si abbatterà sulla minoranza dem, “colpevole” di aver remato contro la causa del partito nell’ultimo appuntamento elettorale (vedi la Liguria), senza risparmiare neppure qualche renziano.

VICE IN BILICO A rischio “retrocessione”, infatti, c’è, per esempio, il vice segretario Lorenzo Guerini. Non certo un pericoloso dissidente del Pd. La rottura con il sottosegretario Luca Lotti sarebbe ormai divenuta insanabile. Motivo: la vicenda della candidatura di Vincenzo De Luca in Campania. Nonostante sia Renzi che lo stesso Lotti si siano spesi per in campagna elettorale per l’ex sindaco di Salerno. Atto praticamente dovuto quando, dopo la vittoria alle primarie, De Luca ha respinto al mittente ogni appello (privato) al passo indietro. E’ proprio la sua candidatura, del resto, che viene imputata a Guerini. Per come sono state gestite le primarie che hanno portato alla vittoria dell’ex sindaco di Salerno e, successivamente, per non essere riuscito a convincerlo a farsi da parte. Lasciando ora nelle mani del premier la patata bollente dell’incompatibilità del neo governatore della Campania conclamata dalla legge Severino. L’idea, quindi, sarebbe quella di spedire Guerini alla presidenza del gruppo dei deputati del Pd, vacante dopo le dimissioni di Roberto Speranza, formalizzando il passaggio delle consegne con Lotti, già plenipotenziario del Pd e fidatissimo di Renzi, nel ruolo di vice segretario.

RESA DEI CONTI L’altra, fondamentale partita è quella che riguarda la presidenza delle commissioni parlamentari, che, nonostante i mutamenti della maggioranza di governo, ancora oggi rispecchiano gli equilibri scaturiti dalle Politiche del 2013. Ma, fisiologica rimodulazione a parte, anche in questo caso il rinnovo della fiducia di metà legislatura (è prevista per settembre) ai vertici degli organismi di Montecitorio e Palazzo Madama, potrebbe dare al premier l’occasione per regolare un po’ di conti interni. Certo, a pagare maggiormente dazio sarà Forza Italia, uscita dall’esecutivo e dalla maggioranza a novembre di due anni fa. A rischio ci sono, per esempio, Francesco Paolo Sisto a Daniele Capezzone, che a Montecitorio guidano, rispettivamente, le commissioni Affari costituzionali e Finanze, ma anche Francesco Nitto Palma e Altero Matteoli, alla Giustizia e ai Trasporti a Palazzo Madama. Senza dimenticare il presidente della commissione Cultura alla Camera, Giancarlo Galan, coinvolto nell’inchiesta sul Mose nella quale è accusato di corruzione. Nel frattempo, aspettando settembre, Renzi potrà misurare il grado di lealtà di alcuni dei soggetti a rischio. Soprattutto al Senato, dove la maggioranza, dopo l’uscita dei Popolari per l’Italia di Mario Mauro, può ora contare soltanto su nove voti in più. E dove nelle prossime settimane arriveranno dossier scottanti, dalla riforma della scuola a quella della Costituzione. Due provvedimenti sui quali il governo dell’ex sindaco di Firenze rischia di inciampare con conseguenze che, tra le opzioni, contemplano anche l’ipotesi della fine anticipata della legislatura.

CONTI E CAMBIALI E se fino a qualche settimana fa tra le file della minoranza in tanti giuravano che, alla fine, i presidenti di commissione appartenenti all’area della minoranza Pd non sarebbero stati toccati, i prossimi passaggi parlamentari a Palazzo Madama saranno determinanti per confermare o confutare questa certezza. Al Senato, per esempio, non “stanno sereni” Massimo Mucchetti (Industria) né Vannino Chiti (Politiche dell’Ue). Due che non hanno mai nascosto i loro mal di pancia nei confronti del premier-segretario. Ma non solo. Perché, anche a Montecitorio, sotto esame ci sono Francesco Boccia e Cesare Damiano, alla guida delle commissioni Bilancio e Lavoro. Per non parlare di quella che orami è diventata il nemico giurato numero uno del governo e dei renziani: la presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, che dopo le polemiche che l’hanno personalmente coinvolta proprio in relazione al caso della candidatura di De Luca in Campania, in molti sono convinti che non sopravviverà alla verifica di settembre. Di sicuro, Renzi dovrà ricompensare l’aiuto fornito negli ultimi mesi da Matteo Orfini, presidente del Partito democratico nonché leader della corrente dei Giovani Turchi. In che modo? Affidando alla sua corrente la presidenza della commissione Difesa, oggi guidata dal forzista Elio Vito. «Con un bilancio da oltre 20 miliardi l’anno», spiega un deputato del Pd a ilfattoquotidiano.it, «la difesa è uno dei settori strategici del Paese e per questo alla Camera la guida della commissione non potrà non passare sotto la nostra giurisdizione. Inoltre – prosegue la fonte – si tratta dell’unica sede nella quale gli “orfiniani” sono cinque e hanno quindi un peso specifico non indifferente».

CARO DENIS I nomi dei candidati a succedere a Vito sull’ambita poltrona, sono quelli di Vincenzo D’Arienzo, Giuditta Pini, Daniele Marantelli, Antonino Moscatt e Valeria Valente. Ma c’è anche un’altra persona che si prepara a presentare il conto a Renzi: Denis Verdini. Pronto a mettere insieme un gruppo in soccorso del governo. Ecco perché, per Luca D’Alessandro, deputato vicino al senatore toscano, è pronta la presidenza della commissione Cultura della Camera. Insomma, tutto ha un prezzo. Anche ai tempi del renzismo.
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