Stavolta niente coni d’ombra, di quelli che a cicli regolari aiutano i clan. Nemmeno il terremoto elettorale può far dimenticare l’incredibile perizia che ha spedito per dieci anni agli arresti domiciliari, anziché tenerlo in carcere, il presunto boss Giulio Lampada, condannato in appello a 14 anni ed esponente di punta della famiglia reggina che, imparentata con quella dei Valle, la fa da padrona da decenni nella Lombardia meridionale.

La motivazione è echeggiata in tutta la sua drammatica comicità nei telegiornali. Lampada non ha proprio piacere di stare in carcere. Non lo sopporta. Non sopporta la vista delle divise. Ma non può stare nemmeno nell’infermeria, perché neanche i camici bianchi sopporta. E nemmeno in una comunità protetta. Potrebbe perfino uccidersi alla vista di quegli indumenti. È “incompatibile con qualunque tipo di luogo detentivo”. Dunque deve starsene a casa sua, circondato dall’affetto dei suoi cari.

Nemmeno una commedia all’italiana sarebbe arrivata a tanto. Invece lo ha stabilito una perizia ufficiale. E la giustizia italiana, quella che assiste inerte a qualche massacro all’anno nelle celle, si è prontamente inchinata. D’ora in poi nessun professore bocci più un allievo, potrebbe uccidersi nel pieno di una crisi esistenziale (e succede). Questa storia delle perizie medico-giudiziarie è uno scandalo su cui nessuna (ma proprio nessuna) riforma della giustizia ha mai saputo balbettare qualcosa.

La mafia ha sempre potuto contare su medici e psichiatri che, per soldi, dottrina o misericordia, hanno accertato che il boss affidato al loro giudizio fosse incompatibile con la detenzione. Si ha così da decenni il grottesco di magistrati, poliziotti e carabinieri che investigano, sudano e rischiano in nome dello Stato, decidono coraggiosamente, insieme a quei semplici cittadini che sono i giurati popolari, di infliggere condanne; qualcuno ci resta anche per strada; e poi medici, anch’essi pubblici ufficiali, che con una firma mandano all’aria qualsiasi pretesa punitiva dello Stato.

Il grado di appello del maxiprocesso si celebrò praticamente a gabbie vuote perché decine e decine di boss avevano avuto la loro brava perizia. Non solo. Qualche anno fa un oculista ragusano della Maugeri di Pavia, Aldo Fronterré, certificò che il capo dell’ala militare dei casalesi, Giuseppe Setola, era affetto da maculopatia, dunque avviato alla cecità e per giunta inoperabile. Setola uscì così dal carcere ed ebbe gli arresti domiciliari a Pavia. Da cui scappò per tornare in Campania, dove il killer “cieco” seminò il terrore uccidendo diciotto persone, tra cui imprenditori e commercianti che avevano testimoniato contro di lui. Una firma e, zac, diciotto morti. C’è materia per gli ordini professionali, che in genere se ne infischiano.

Naturale dunque chiedersi, nell’ultimo caso di Milano: quale giudice ha scelto quel perito, Elvezio Pirfo, sentendo la necessità di andarlo a prendere a Torino? Per quale motivo lo ha ritenuto così conforme ai propri ideali di terzietà e di giustizia? Forse a Milano non c’era nessun perito o collegio di periti di valore disponibile? Anche perché questo dottore così premuroso nei confronti di Giulio Lampada ha fama di avere fatto lo psichiatra nelle strutture pubbliche torinesi con le maniere un po’ forti. Anzi, il perito premuroso ha scritto di un’anziana signora torinese che non vi erano dati certi sul fatto che nella sua adolescenza avesse subito “eventi sostanziali e/o psicosociali avversi” o “dinamiche familiari da lei vissute come negative”. A 17 anni le avevano semplicemente sterminato la famiglia durante un rastrellamento nazista!

Un paio di settimane fa Marco Travaglio ha posto su questo giornale un problema che non si può più eludere. Quello di rendere chiare le responsabilità dei giudici che con le loro sentenze o i loro provvedimenti fanno la storia d’Italia, decretano stati di paura nelle popolazioni, incoraggiano il senso di impunità dei criminali e inducono alla rassegnazione e all’omertà le persone per bene. Gian Carlo Caselli ha opposto obiezioni di rilievo, a partire dalla necessità di proteggere magistrati e giurati popolari dalle rappresaglie. Purtroppo però i criminali vengono sempre a sapere (come nel caso del procuratore Gaetano Costa, che per questo fu ucciso) chi si è schierato contro di loro. Ecco, noi, a proposito del Tribunale del Riesame di Milano, vorremmo sapere quali giudici e quale loro dottrina dobbiamo ringraziare, leggendo motivazioni di un provvedimento che suonano offesa per chiunque abbia subito la violenza mafiosa.

Li vorremmo conoscere, i loro nomi, per dare un senso a questa storia maledetta senza fine. Perché, certo, in questo caso ci troviamo davanti solo a diversità di opinioni. Ma dietro c’è il disagio di chi sa che la vicenda dei Lampada è stata zeppa, ma proprio zeppa, di giudici, avvocati e finanzieri accusati e in qualche caso condannati per corruzione.

Domande: il Consiglio superiore della magistratura starà davvero a guardare? E il ministro? Ci sarà qualcuno in grado di chiedere una controperizia? O la Lombardia, tra Cassazione e magistrature giudicanti, è condannata a diventare la Sicilia degli Anni Settanta?

Il Fatto Quotidiano, 4 giugno 2015