Ieri il testo del Ddl scuola approvato alla Camera è entrato in Commissione Cultura al Senato. L’anno scolastico è in conclusione: ieri sono state rese pubbliche le commissioni per l’esame di Stato, a 2 settimane dall’inizio della I prova. Molti di noi si stanno, tuttavia, attrezzando per alimentare e tener viva una mobilitazione che non stenta a scemare: blocco degli scrutini e diverse manifestazioni progettate nel Paese a partire da venerdì 5.

La mobilitazione costa sacrificio, perché la comprensione e l’interpretazione – autentiche e profonde, non superficiali e orientate dagli slogan cari ai media e ai sicofanti dell’innovazione “a prescindere” – richiedono documentazione.

E così questo governo – attraverso il suo interventismo antidemocratico – ci sta imponendo un estenuante tour de force fatto di studio, informazione continua, dispendio economico (costo di scioperi e spostamenti per partecipare alle iniziative), energie aggiuntive rispetto a quelle richieste per chiudere l’anno nella maniera migliore possibile, continuando a dire un no intransigente al progetto La Buona Scuola.

Mai, nella storia di questo Paese, avevamo assistito ad una così pervicace incuria e rimozione rispetto a quanto espresso dalla piazza, dal popolo cui spetta, come è noto, la sovranità; mai uno degli strumenti dell’esercizio della democrazia – il dissenso, l’opposizione dei cittadini – si è trovato a scontrarsi con un muro di gomma tanto ostinato e sordo a qualsiasi richiesta, a qualunque ragione. Da parte, peraltro, di un governo che non solo non ha avuto una democratica investitura popolare, ma che recentemente ha perso un numero impressionante di voti. Un dissenso espresso da docenti, studenti, genitori che non dicono solo no, ma fanno riferimento ad un testo di legge (la Lipscuola) articolato in 29 articoli e sostenuto da 32 comitati locali, sparsi su tutto il territorio nazionale. Partecipazione e coinvolgimento di tutti i soggetti la caratteristica del suo percorso: pratica politico-culturale democratica.

La storia si incaricherà di giudicare. «Quello sulla scuola non è un voto di coscienza, si tratta di un provvedimento centrale nell’azione di governo e dunque varranno tutte le regole disciplinari del gruppo parlamentare al Senato e del partito»: prendere o lasciare, ancora una volta. La prova di forza ricattatoria che un governo sempre più autoritario e in difficoltà rivolge sottoforma di diktat direttamente ai cosiddetti “dissidenti” della maggioranza.

Qualche sera fa a PiazzaPulita su La7 Sergio Cofferati – replicando ad un patetico siparietto tra Simona Bonafè e Paolo Mieli –, parlando della nota questione del voto in Liguria, ha pronunciato parole molto chiare, rivolte ai cosiddetti “dissidenti” del Pd, quelli ai quali in queste ore stiamo affidando – al Senato – la possibilità che le nostre ragioni trovino un ascolto reale: “Quando si è contro ad una linea, la si contrasta, si spendono parole molto forti e poi alla fine ci si adegua, si rischia dopo un po’ di tempo di perdere credibilità”.

Cifre e rapporti di forza diversi al Senato, il recentissimo schiaffo elettorale, quantizzabile nella perdita di quasi 2 milioni di voti, l’uscita dei due senatori dei Popolari per l’Italia dalla maggioranza, renderebbero concreta la possibilità che a Palazzo Madama Renzi non abbia i numeri per far passare il Ddl Buona – ma c’è qualcuno che la vorrebbe “cattiva”? – Scuola con il consueto colpo di mano rapido e incurante delle ragioni di tutti, tranne che delle sue personalissime.

Quel che è certo è che la scuola ha ampiamente dimostrato in questi mesi di essere l’unico settore in grado di mettere in campo, con costanza ed intransigenza, le ragioni del proprio no, motivandole e affidandole ad una mobilitazione che non smobilita: ne sono esempio lampante i numeri dell’adesione al più grande sciopero di settore che la scuola ricordi, quello dello scorso 5 maggio. Al quale si può anche irridere; sul quale si può fare irresponsabile ironia; del quale si può anche dire: “Ascolto tutti, ma alla fine decido io”. Ma che rimane un dato numericamente, politicamente, socialmente e civilmente inemendabile (come il ddl la Buona Scuola).

Leggiamo incoraggianti segni in direzione di una assunzione di responsabilità nei confronti della scuola statale e della democrazia da parte di Tocci e Mineo, entrambi in commissione Cultura al Senato.

Ma, ormai, non bastano le parole. Occorrono fatti precisi.

E occorrono da parte di persone precise.

Parlo di quei senatori che, in occasioni diverse, si sono dichiarati non immediatamente proni alle imposizioni nei contenuti e alle forzature nelle procedure imposte dal segretario del Pd. Mi rivolgo, insomma, a Albano, Broglia, Capacchione, Chiti, Corsini, Cucca, D’Adda, Dirindin, Filippi, Fornaro, Gatti, Gotor , Guerra, Guerrieri Paleotti, Idem, Lai, Lo Moro, Manassero, Manconi, Migliavacca, Mineo, Mucchetti, Pegorer, Puppato, Sonego. L’idea che – nella furia decisionista – il partito-governo e il governo-partito decidano di (im)porre il voto di fiducia in Aula, ennesimo atto di prevaricazione dell’esecutivo sul Parlamento ed ennesimo dileggio dell’art. 67 della Carta, non è peregrina. Potrebbero, insomma, non essere più possibili trattative e conseguenti margini di ambiguità. Ovvero, potrebbe diventare un imperativo politico e morale smettere di chinare il capo.

Non solo e non tanto perché accettare supinamente la coercizione del Capo e della sua corte si è rivelato e si rivelerebbe un modo per perdere il consenso e l’espressione di voto di coloro che si oppongono al Ddl. Soprattutto perché è giunto il momento di sostituire alla meschina “fedeltà di partito” la disinteressata fedeltà ai principi costituzionali e a quello straordinario e basilare strumento di educazione alla democrazia che è la scuola pubblica.