Dio, Scientology, Amy Winehouse, Enzo Jannacci e Steve McQueen. Non sono le voci dell’enciclopedia dello spettacolo, ma la line-up tematica del Biografilm Festival 2015. La punta dell’iceberg, oltretutto, di un programma vastissimo che inizia nelle sale del cinema Lumiere a Bologna il 5 giugno e si esaurisce il 15.

Le vite, rigorosamente degli altri, tornano al centro del festival delle biografie che proprio dieci anni fa nel 2005 iniziava la sua corsa con una quattro giorni di focus dove facevano capolino documenti, testimonianze e dibattiti su Enrico Mattei, Giorgio La Pira, Tina Merlin, Guglielmo Marconi e Douglas Adams. Pare un secolo fa, ora l’allure è un po’ più pop e nel mazzo si pescano carte che valgono la spesa di un bed and breakfast bolognese, con tortellini e concerto nel “bioparco” che distano 50 metri dalle sale delle proiezioni.

L’inizio scocca dal luccichio di una star oggi finita per diventare icona di maglieria, orologeria, settore ottico e automobilistico di pregio, e di cui se ne è forse dimenticato charme e dimensione performativa davanti la macchina da presa. Parliamo di Steve McQueen, non il regista di 12 anni schiavo, ma l’attore nato nella grigia Beach Grove il 7 marzo 1930 e finito a sputare sangue il 7 novembre 1980 a Ciudad Juarez in Messico sotto la tenda di un santone che tentò di estirpargli un letale cancro ai polmoni. Rivederlo in scena, anzi in corsa con la tuta da pilota, in Steve McQueen: The Man & Le Mans, documentario di Gabriel Clarke e John McKenna, anteprima italiana che apre il Biografilm, fa venire i lucciconi agli occhi. McQueen oltre a trasformarsi da brutto anatroccolo in star del cool, a litigare con Paul Newman per avere il proprio nome davanti a quello del collega con gli occhi azzurri sulla locandina planetaria de L’inferno di cristallo, e a finire sulla lista di quelli da far fuori da parte di Charles Manson, fu anche follemente malato per le auto da corsa e le moto.

Il documentario di Clarke e McKenna, direttamente dalla Croisette, nasce dal ritrovamento di 600 scatoloni di pellicola in un magazzino di Los Angeles. Stralci di girato del film Le Mans (1970), un flop commerciale della sfrenata volontà autonoma di produzione da parte di McQueen, interviste, backstage, frattaglie che, come hanno detto i due registi “non odoravano di aceto” e che sono stati rimontati assieme ad un Super8, anch’esso reperto semiclandestino, sul set del film per raccontare il sogno per cui la star hollywoodiana decise di fare di testa sua, anche grazie al figlio Chad che della malattia da pilota da corsa “soffre” in modo identico al padre.

Ancora storia tra padre e figli, nel doc Amy: The girl behind the name, film diretto da Asif Kapadia, già creatore del doc su Ayrton Senna. Tranche de vie sulla cantante inglese che ha fatto discutere ampiamente nei mesi scorsi quando il padre di Amy ha minacciato querele per quello che sarebbe dovuto essere un racconto diffamatorio nei suoi confronti. Basterà verificare se c’è tanto rumore per nulla proprio al Biografilm.

Ancora, si aggiungono il documentario del premio Oscar Alex Gibney sulla discussa e misteriosa storia di Scientology – Going clear, Scientology and the prison of belief – come la presenza del regista cileno Patricio Guzman – che presenta il suo film Orso d’Argento alla Berlinale 2015, El boton de nacar sui desaparecidos dell’epoca di Pinochet; Matteo Garrone e Gianni Minervini: il regista romano fresco dal nulla di fatto cannense; il secondo con l’ultimo documentario Louisiana appena uscito nelle sale italiane.

“Il segreto del festival è non accontentarsi mai, guardare il mondo e mettersi in discussione ogni anno”, spiega al fattoquotidiano.it il direttore artistico Andrea Romeo. “Ci sono tre film che consiglio vivamente al pubblico di quest’anno: The Brand New Testament di Jaco Van Dormael dove il protagonista è Dio ai giorni nostri; il documentario su Enzo Jannacci – Jannacci, lo stradone col bagliore – una vera chicca dove ritroviamo le prove di una trasmissione tv mai andata in onda con Boldi, Faletti, Abatantuono, Cochi e Renato; infine The Russian Woodpecker che ha per protagonista l’artista ucraino Fedor Alexandrovich, ora tra i rivoluzionari in piazza a Kiev, che nel filmare un documentario sulla strage di Chernobyl ha scoperto la presenza, fin da quei giorni vicino al reattore saltato, della Duga, un antennone che avrebbe dovuto interferire nelle comunicazioni occidentali. Inutile dire che l’incidente nucleare dopo questo documentario sembra non essere più capitato per caso”.

Steve McQueen: The Man & Le Mans