È il ristorante catalano dei Fratelli Roca, l’El Celler de Can Roca di Girona, il miglior ristorante del mondo nel 2015 secondo i World’s 50 Best Restaurants. L’evento sponsorizzato da S.Pellegrino (Nestlé) e Acqua Panna, redatto dalla rivista britannica Restaurant sulla base di un sondaggio tra cuochi, ristoratori e critici gastronomici, mette in fila i migliori ristoranti al mondo fin dal 2002.

Al secondo posto oltretutto – un gradino in più rispetto al 2014 – c’è l’eccellenza italiana, anzi modenese, oramai senza più bisogno di presentazioni: l’Osteria Francescana di Massimo Bottura. Sul terzo gradino del podio il danese Noma dello chef Renè Redzepi che cede lo scettro del migliore proprio al collega spagnolo. Anche se la vera sorpresa è il quarto classificato, il ristorante Central di Lima (Perù) che sotto la supervisione dello chef Virgilio Martinez ha scalato undici posizioni – era 15esimo nel 2014 – per piazzarsi dietro ai “soliti tre” che da tre anni risiedono stabili nelle prime posizioni. Una premiazione, quella tenutasi a Londra, che ha però portato con sé polemiche e contestazioni ancor prima che i “giudici” sentenziassero il loro verdetto.

Diversi blasonati e premiati cuochi mondiali hanno accusato l’organizzazione del premio di mancanza di garanzie sulle visite dei giudici, ma soprattutto hanno esposto perplessità sui parametri con cui si formula il giudizio finale: arbitrari, poco credibili e suscettibili a corruzione. In prima fila, come spiega il New York Times, è sceso lo chef francese Joel Robuchon, proprietario nel settimo arrondissement di Parigi de L’Atelier, ristorante sceso al 63esimo posto dal 31esimo del 2014. “I votanti dovrebbero aver mangiato nei ristoranti che votano per almeno una volta nei diciotto mesi precedenti il voto”, ha spiegato Robuchon. “Ma nessuna prova della loro visita, o ricevuta del pasto, è obbligatoria. E’ un fatto oggettivo che questa sia una grossa lacuna nella procedura di voto”.

Forti critiche sulle modalità di voto arrivano anche dall’Argentina. Lo chef Francis Mallman, al lavoro da anni nel suo locale 1884 di Mendoza nell’Argentina nord occidentale (37esimo nei 50 top restaurant del 2014 e settimo nella classifica del 2002 ndr) è intervenuto sempre sul quotidiano statunitense ricordando come si sia dimesso da votante nel 2013 proprio perché “molti miei colleghi sono così preoccupati della premiazione, da perdere sempre più tempo a girare il mondo in convention lobbistiche, perdendo tempo prezioso a cucinare”. La brutta aria che tira attorno ai World’s 50 Best Restaurants è confermata dal fatto che perfino sui social è nato un account specifico con tanto di hashtag barricadero: @Occupy50best. Andy Lynes, cofondatore del premio nel 2002, si è espresso sul Telegraph in queste ore sostenendo che oramai “è un premio incentrato sul denaro e l’elenco ha perso la sua eccentricità originaria”.

“Sono stata proprio io qualche anno fa a sollevare il problema che le visite fossero provate. Ma mi è stato risposto che non eravamo noi giurati a dover fornire una prova. Perché chi è chiamato in giuria presumibilmente è conosciuto e stimato per la sua professionalità”, ha spiegato la coordinatrice dei giurati italiani Eleonora Cozzella su reportergourmet.com. “Da questo punto di vista presupporre la malafede, con la pretesa di una ricevuta fiscale, finisce per assomigliare a un’offesa”, ha continuato Cozzella cercando di smorzare i toni della polemica che non le appartengono. “Bisogna considerare che i World’s 50 Best Restaurants sono un sondaggio, non una guida. A oltre 900 panelist viene chiesto di indicare i ristoranti che preferiscono. Ecco perché in classifica ci sono locali diversissimi tra loro. In assenza di criteri prestabiliti per votare si esprimono mere preferenze, un po’ come per il Pallone d’oro (e anche in questo caso sappiamo quante polemiche scateni tra i tifosi di calcio). Quindi non è la Bibbia della gastronomia e alla fine tutti mugugnano, tranne chi vince”.