Confucio ha scritto: “Se incontrerai qualcuno persuaso di sapere tutto e di essere capace di fare tutto, non potrai sbagliare: costui è un imbecille”. Di certo il pensiero di Confucio si potrebbe adattare con una certa facilità ad un paio di leader politici a noi contemporanei. In Italia si è passasti dal tormento del dubbio, che ha attraversato uomini come De Gasperi, Moro, La Pira e Berlinguer, alle granitiche certezze di uomini come Silvio Berlusconi, Mario Monti e infine Matteo Renzi.

La logica del “Ghe pensi mi” (i puristi del dialetto meneghino mi scuseranno se non ho scritto alla perfezione) è diventata una sorta di condizione essenziale per governare, o almeno far finta di farlo. Se le certezze di Berlusconi in larga misura obbedivano alla sua personalissima ricetta di campagna elettorale permanente e quelle di Mario Monti all’affermazione – per dogma – degli assunti di un liberismo finanziario assolutamente selvaggio e privo di qualunque valore scientifico, è da vedere a cosa obbediscano le certezze di Matteo Renzi.

Il renzismo in se non esiste, nel senso che non ha una sua valenza originale. Renzi si è concentrato su una sola ed unica parola: cambiamento. Parola alla quale ne accosta un’altra, che ne definisce l’azione: rapidità. Il sillogismo malato che appare la base ideologica del renzismo è legato a queste parole: cambiamento e rapidità. Non si entra nel merito. Il cambiamento è comunque aspetto positivo. Tale va sempre considerato. Questo principio va accettato come postulato, ovvero al di là di ogni dimostrazione, oppure, se non vogliamo scomodare Euclide, con Totò possiamo dire che va accettato a prescindere.

Di contro, l’opposizione al cambiamento, è, sempre per postulato, aspetto negativo. Chi chiede che si discuta, che si eserciti il dibattito democratico, attiva l’altro ramo del sillogismo: quello che riguarda la rapidità. Le riforme in sé sono positive. Cosa contengono al loro interno viene considerato aspetto secondario. L’importante per I Renzi Boys è che si cambi, poco importa se questo cambiamento funziona o meno. Se renda migliore la vita del Paese e dei suoi cittadini.

Resta ancora oscuro a cosa sia servito ad esempio l’abolizione dell’articolo 18. E’ una riforma capace di far decollare l’economia? A detta di tutti gli esperti è un’azione pressoché inutile. Così come gran parte delle poche cose che il governo dell’ex boy scout di Pontassieve ha portato a compimento. In compenso il Jobs Act ha aperto una frattura insanabile con quella che il Pd ha ereditato come base storica, ovvero il sindacato. La Riforma sulla “Buona Scuola” – con presidi manager finanziamenti alle scuole private – è riuscita nel miracolo di mettere d’accordo tutte le sigle sindacali della scuole, da sempre l’un contro l’altra armate. Sorvoliamo, per con esser troppo lunghi, la singolare idea del “sindacato unico” o l’appiattimento su Marchionne.

Giorni orsono mi trovavo a Firenze con il ministro dell’Interno Angelino Alfano che, in un impeto di sincerità e anche – perché no – di giustificato orgoglio, ha detto che in questo governo lui ci sta perché “è un governo di Centrodestra”. “Abbiamo fatto una serie di cose che con Berlusconi non potevamo neppure sognare di fare”. Quando gli ho chiesto quante cose di centrosinistra ha fatto il governo Renzi, il buon Angelino ha allargato le braccia e alzato gli occhi al cielo. “Non me ne sovviene nessuna”. Nessuna appunto. Probabilmente lo stesso ragionamento di Angelino Alfano lo hanno fatto gli elettori toscani (oltre il cinquanta percento) che hanno deciso di non votare, o di mollare il Pd per votare Grillo o peggio la Lega.

In Liguria i Renzi Boys, ma soprattutto i vecchi boiardi della politica regionale, hanno costruito con cura una sconfitta annunciata. Renzi e Rafaella Paita se la sono presa con Pastorino, definendo la scelta di correre (raccogliendo quasi il 10 percento dei consensi) una vigliaccata. La reazione renziana è perfettamente in linea con i postulati di cui abbiamo detto prima. Opporsi, avere una posizione di dissenso, rappresentare e dar voce a chi ormai non ha più parola, esprimere valori e linee di condotta politica, è azione disdicevole, è voler esser vigliacchi.

Ho avuto modo di conoscere piuttosto bene il mondo del lavoro genovese. Gli operai della grandi industrie, governate dai tagliatori di teste, che hanno fatto della lotta una ragione di dignità e che non hanno mai perso la lucidità politica. Ho incontra tanta bella e brava gente che domenica ha votato contro il Pd e contro il sistema di potere che si incarnava in Raffaello Paita; non ho mai visto vigliacchi tra quelle persone. Tra gli operai di Fincantieri, della Piaggio o dell’Esaote ho conosciuto gente che vuol cambiar davvero questo Paese, che vuole lavorare in un modo civile. I metalmeccanici o i Camalli a Genova erano la base della sinistra. Erano la forza di una democrazia viva. Oggi chi li rappresenta? Ecco, Matteo Renzi dovrebbe leggere il messaggio che arriva da Genova e passa, con altre declinazioni dalla Toscana (dove il Pd perde 400 mila voti).

Cambiare questo Paese è un’opera necessaria. Prima però i boy scout di Ponatssieve dovrebbero scegliere da quale parte stare. Il popolo della sinistra, del cattolicesimo democratico, la gente perbene di questa Repubblica “fondata sul lavoro” è rimasta sempre dalla stessa parte. Non è una massa reazionaria che non vuole cambiare. Non si tratta di conservatori, di vecchi che si oppongono ai giovani. Al contrario è gente vuole cambiare eccome, ma non nella direzione di una società ancora più ingiusta, più autoritaria e con meno diritti. Forse adesso è il caso che li si stia a sentire queste donne e questi uomini, oppure si accetti che si organizzino in una casa diversa e Genova sta lì ad insegnarci che quella casa si può costruire.