“Il programma nucleare iraniano è congelato fino al raggiungimento di un accordo”. Con queste parole, all’inizio dei colloqui con la Repubblica Islamica, Barack Obama aveva rassicurato politica e cittadini americani riguardo allo stato delle centrali di Teheran. Oggi, a 18 mesi dall’inizio dei negoziati, gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica hanno pubblicato un report che smentisce l’inquilino della Casa Bianca: le scorte di uranio arricchito sono aumentate del 20%. Dati che, a un mese da quella che potrebbe essere la firma definitiva dell’accordo sul nucleare, non rassicurano il Congresso e gli alleati degli Stati Uniti, primo su tutti Israele e il suo Primo Ministro, Benjamin Netanyahu: “L’Iran è molto più pericoloso della macchina del terrore di Isis”.

Gli uomini dell’Agenzia per l’Energia Atomica non danno una spiegazione certa per questo netto aumento nel processo di arricchimento delle riserve di uranio in mano al governo presieduto da Hassan Rohani. Dietro a quel +20% potrebbero esserci semplici motivazioni tecniche: un problema nel processo di produzione e lavorazione, scrive il New York Times, potrebbe aver reso necessaria la conversione di una parte delle riserve di uranio iraniane in combustibile per le centrali nucleari, rendendolo non utilizzabile per la fabbricazione di ordigni, con conseguente aumento della produzione. Una versione che sarebbe in linea anche con la mancanza di prove riguardo a test sulla fabbricazione della bomba atomica da parte di Teheran.

Dietro all’aumento della produzione, però, potrebbero esserci motivazioni politiche. Dopo l’intesa trovata tra l’Iran e i cosiddetti Paesi del “5+1”, i vertici del governo di Teheran hanno subito cercato di frenare l’entusiasmo nato intorno alla stretta di mano tra il Segretario di Stato americano, John Kerry, e il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif: “Abbiamo un’intesa di massima – avevano detto -, ma ci sono ancora alcuni aspetti sui quali discutere” e “non firmiamo se le sanzioni non verranno revocate subito”. Un atteggiamento visto come un tentativo di arrivare alla firma di un accordo più vantaggioso possibile per il governo Rohani. Le percentuali riguardanti la produzione di uranio arricchito, quindi, potrebbero essere parte di una strategia studiata da Teheran per mettere gli Usa con le spalle al muro, dimostrando di essere in grado di arricchire grandi quantità di materiale fissile e costringendoli ad accontentare almeno in parte le loro richieste, pressati da Congresso, opposizioni e alleati internazionali che hanno affidato all’amministrazione Obama il compito di portare a termine i dialoghi sul nucleare.

L’amministrazione Usa si trova, così, a dover far fronte a pressioni provenienti da diverse parti del panorama politico interno e internazionale: l’Iran che vuol ottenere concessioni al momento della firma definitiva sull’accordo, prevista per fine giugno, il Congresso e gli alleati internazionali, primo su tutti Tel Aviv, che chiedono garanzie affinché si arrivi a un accordo vantaggioso e che garantisca la sicurezza nel Golfo e le opposizioni che, invece, parlano di “accordo suicida”. Tutto questo a un mese da quello che dovrebbe essere l’ultimo e definitivo incontro tra i rappresentanti della Repubblica Islamica dell’Iran e quelli dei “5+1”, con ancora uno dei nodi più importanti da sciogliere: l’abbassamento dei livelli di materiale utile alla fabbricazione della bomba atomica presente nel Paese mediorientale. L’accordo, come spiega il New York Times, prevede che l’Iran diminuisca le proprie riserve del 96%, senza però stoppare il proprio programma nucleare che, a loro dire, ha esclusivamente scopi civili. Per raggiungere questo obiettivo, il gruppo dei “5+1” aveva proposto lo spostamento delle riserve iraniane in un altro Paese, così da mantenere sotto controllo l’uranio. Proposta che, però, Teheran ha rispedito al mittente.

Giovedì riprenderanno a Vienna i colloqui, con l’obiettivo di arrivare ad un’intesa definitiva entro il 30 giugno. Lo riferisce il Servizio diplomatico europeo a Bruxelles, dopo che oggi si è tenuta una riunione dei direttori politici dei 3 Paesi europei (Germania, Francia e Gran Bretagna) e di Stati Uniti, Russia e Cina per preparare il nuovo round di negoziati. Da parte iraniana, domani a Vienna ci saranno i vice ministri degli Esteri Abbas Araghchi e Madjid Takht Ravanchi.

Twitter: @GianniRosini