Venderanno accessori come hanno fatto finora, ma legali e made in Italy. Dalla prossima estate – il progetto sarà presentato il 6 giugno – sulle spiagge del Salento e per le vie di Lecce si potrà comprare italiano da venditori ambulanti africani grazie al marchio IReNeri. Un’impresa etica nata dall’idea di Salvatore Centonze, avvocato esperto di diritto dell’immigrazione in una città dove il valore della merce illegale sequestrata nel 2014 è stato di 3 milioni di euro.

Il progetto sfida l’illegalità coinvolgendo trenta immigrati ma è tutta la filiera ad avere un’impronta sociale. A monte si sottrae manodopera al mercato del falso, in cui spesso vengono sfruttati anche minori, e si stoppa il commercio di prodotti non omologati che mettono in pericolo la salute e la sicurezza di tutti. Borse, cinture, bracciali e portacellulari di IReNeri saranno invece cuciti con avanzi di conceria dalla onlus Made in Carcere, attiva all’interno dei penitenziari pugliesi, con laboratori sartoriali dove lavorano donne in stato di detenzione regolarmente formate e assunte a tempo indeterminato. Una volta confezionati, gli accessori verranno venduti al dettaglio con prezzi tra i 5 e i 20 euro lungo i bagnasciuga del tacco d’Italia e per le vie del centro leccese.

“Abbiamo scelto il nome perché è un palindromo che spiega perfettamente come questa gente non sarà più schiava dell’illegalità ma padrona di ciò che offre ai clienti”, spiega a ilfattoquotidiano.it Centonze, che attorno al progetto ha coagulato un’altra decina di professionisti specializzati nei settori immigrazione e commercio ottenendo il patrocinio del Comune di Lecce e dell’Istituto di Culture Mediterranee della Provincia.

“Speriamo che i numeri crescano in fretta, perché la domanda che ci è stata rivolta più spesso in questi mesi di gestazione è ‘Chi ci guadagna?’. E la risposta è solo una: tutti”. Come sia possibile lo spiega lo stesso avvocato, mettendo in fila cosa comporta il sequestro di un oggetto contraffatto, dal momento dell’accertamento alla chiusura del processo: “Un senegalese beccato con una borsa contraffatta impegna la giornata di lavoro di due agenti, i costi per la custodia dell’oggetto sequestrato e del processo, che comprende spese di notifica, periti, ufficiali giudiziari, avvocato spesso pagato dallo Stato – dice – Queste vicende arrivano a durare dieci anni perché si hanno difficoltà anche nelle notifiche trattandosi spesso di persone senza fissa dimora. Possiamo stimare un costo finale di circa 100mila euro a carico dei contribuenti per ogni sequestro”. Il rischio per gli ambulanti è il decreto di espulsione con accompagnamento alla frontiera e la revoca del permesso di soggiorno, oltre a una condanna fino a 8 anni per ricettazione e a quattro per introduzione e vendita di prodotti con marchio contraffatto.

“Speriamo di aprire gli occhi agli altri stranieri perché non abbiamo bisogno di alimentare il commercio illegale – spiega Sy Malick Abdoulaye, presidente dell’associazione Guy-Gi (il Baobab) – Bisogna dare un segnale di svolta. Dobbiamo realmente partecipare allo sviluppo del Paese che ci ospita, è l’atteggiamento più giusto e naturale”. Sy e la sua famiglia vivono a Lecce da quindici anni, originario del Senegal è uno dei riferimenti per la numerosa comunità africana che lavora nel Salento: “Il nostro messaggio è semplice: bisogna vivere nella legalità. Personalmente non ho mai venduto merce contraffatta ma essendo di colore hanno sempre pensato che anche la mia lo fosse. Con il progetto IReNeri compiamo un doppio passo in avanti: viviamo nel giusto e vendiamo made in Italy, creando un legame con il territorio. Ne parlavamo da due anni con gli ideatori del progetto, da quest’estate si comincia. E non poteva esserci momento migliore, perché c’è bisogno di dare un segnale di svolta a livello nazionale nella percezione dell’immigrato e del lavoro che svolge”.

Twitter: @andtundo