Il dibattito che si è aperto su ilfattoquotidiano.it in merito alla riforma del terzo settore pone, negli interventi di Enzo Manes e di Luciano Balbo, la duplice dimensione di analisi del passato e degli auspicabili sviluppi futuri. Anticipo che sono favorevole a un’accelerazione che ponga il profit in relazione con la galassia non profit pur non nascondendo la rischiosità di tali operazioni che potrebbero svilire le missioni istituzionali di non poche realtà. Ma, convinto della bontà della analisi di Luciano Balbo su un non profit erogatore di servizi finanziati solo ed esclusivamente dal settore pubblico (di fatto prestatori di competenze, servizi e, spesso, mera manovalanza) l’elemento su cui bisogna riflettere per comprendere pienamente questa stortura investe direttamente la mentalità e la cultura che, tanto non profit, ha sviluppato nel tempo: cultura e relativa mentalità assistita dalla mano pubblica, sul presupposto che solo questa mano avrebbe potuto garantire universalità di servizi (sostanziale gratuità) e qualità degli stessi.

L’assistenzialismo di cui hanno goduto una miriade di cooperative sociali di tipo A e di tipo B hanno fatto crescere una realtà importante ed imponente ma economicamente traballante in assenza dell’aiuto pubblico e, spessissimo, non autosufficiente rispetto alla gestione. Aggiungo, con un velo di tristezza, che si è agevolato non poco lo scambio clientelare che accompagna le storie imprenditoriali di questo paese anche in non pochi settori non profit. Da qui la necessità di individuare nuove forme di finanziamento, che nella migliore tradizione e storia della cattolica Italia non potevano che passare attraverso la filantropia o il fundraising. Tale pratica ha però un limite oggettivo: avvantaggia molto interventi in settori capaci di suscitare forti emozioni ed è praticamente inesistente in settori di assistenza o cura su cui vasti strati di società appaiono sostanzialmente indifferenti.

Hai ottime capacità di comunicazioni e ti occupi di bambini ad Haiti? La raccolta vola, mentre analoga raccolta langue se ti occupi di detenuti e dei loro figli. Oltre alle già citate statistiche in merito alla incidenza della filantropia sui bisogni complessi e globali delle persone, nella mia esperienza di dirigente non profit annovero un ulteriore vulnus: la bassa qualità professionale di coloro che se ne occupano che non può venire, in parte, sostituita dalle nobili motivazioni alla origine di molte scelte personali: il non profit al netto dei numero degli occupati rappresenta ancora oggi un settore troppo residuale nella cultura di un paese e gli stipendi, a causa di tale residualità, sono troppo modesti: la selezione, necessariamente, vira verso il basso avendo superato quella felice stagione in cui l’associazionismo era identificato come pratica “politica” alternativa (nel senso nobile della Polis) alla politica tradizionale e quindi composta da persone fortemente impegnate e motivate.

La qualità degli interventi è uno degli obiettivi da porsi e su cui la relativa valutazione appare ancora oggi mondo tutto da esplorare. Ma non solo: i dividendi sociali di una impresa non profit sono da mettere in relazione ad alcuni indicatori che più di altri ci aiuteranno a comprendere la trasformazione di questo settore: capacità, per l’impresa sociale, di generare profitto da finalizzare interamente a progetti istituzionali che altrimenti non si realizzerebbero o da destinare all’implementazione della qualità dei servizi resi. Capacità di occupare uomini e donne che nel mercato del lavoro profit non hanno accesso. Capacità di generare legami significativi all’interno di servizi socio sanitari all’interno dei quali la “presa in cura” assume realmente pieno significato. Dinamiche qualitativamente diverse rispetto alla partecipazione di chi ci lavora. Capacità di leggere i nuovi processi sociali dando loro una immediata risposta, dimensione che per le burocrazie statali appare molto più difficile da raggiungere in tempi brevi. Non ultimo capacità di divenire, nel tempo, un vero bene collettivo posto che le organizzazioni non profit sopravvivono ai loro fondatori e ai loro gestori e che, se liquidate, tutto ciò che è attivo deve essere destinato ad organizzazioni similari.

La questione del dividendo sociale (o ritorno sociale) rischia perciò di apparire non solo un falso problema ma nemmeno il vero indicatore che differenzia l’azione non profit da quella profit. Ryanair, la linea aerea a basso costo, ha inciso nella evoluzione della città di Trapani rispetto alle culture mafiose, molto più di tanto associazionismo non profit che con coraggio e abnegazione combattono le mafie: e lo ha fatto semplicemente portando turisti a Trapani e permettendo in forme di auto imprenditoria, la nascita di cento o mille imprese frazionate tra loro la cui somma rappresenta l’unica vera ricchezza di quella città. Permettendo, quindi, di trovare lavoro sottraendosi al giogo della mafia. Verrebbe da dire che, in questo caso, il ritorno sociale della azione di Ryanair rappresenta per il tessuto civile di Trapani, un obiettivo molto più ambizioso e importante del ritorno finanziario. Esempio che serve a comprendere che far collimare, al ritorno sociale, l’intera questione del settore non profit non aiuta a fare chiarezza sugli scopi, strategie e finalità che differenziano questo settore da altri.

Ed allora la questione dirimente io credo rientri nella filosofia sottostante a un non profit evoluto capace di efficienza e qualità nei servizi resi e maturo nel comprendere che tali servizi devono mantenere un criterio di auto sostenibilità economica idonea ad avviare percorsi virtuosi anche attraverso la gestione di spazi o luoghi a vocazione commerciale. In questo dissento da Luciano Balbo che non pare cogliere che tra uno spazio commerciale gestito dal profit e uno gestito dal non profit la variabile dirimente risulta essere l’utilizzo finale del profitto che, nel secondo caso, potrà/dovrà concorrere a migliorare l’offerta sanitaria o assistenziale o la ricerca del soggetto non profit che gestisce l’uno e l’altro o, semplicemente, ad occupare gente inoccupata. Limitare l’azione del non profit ai settori del welfare mi sembra riduttivo, quasi il non profit non rispecchiasse anche una diversa dimensione di relazioni e legami tra chi partecipa alla stessa impresa e un diverso rapporto con il denaro, strumento e non fine del fare impresa.

Parto da qui per definire, di conseguenza, ben accetti i soggetti profit che vogliano, in futuro, finanziare o diventare partner attivi di iniziative non profit. E ne sono convinto per due motivi: il primo perché il capitale di rischio di un privato impone maggiore attenzione e capacità di gestione (da parte di chi lo riceve) rispetto a quello pubblico, erogatore superficiale e distratto controllore. Ma una seconda ragione verte proprio sulle potenzialità di alcuni settori del non profit (penso anche alla ricerca e alla assistenza medica) che difettano, quasi sempre, di capitali da investire.

A margine di questo penso al vergognoso stato di abbandono in cui vertono tante aziende confiscate alla mafia magari date a organizzazioni non profit che non hanno letteralmente denaro e capacità per valorizzarle. Davanti a questa sorta di cimitero di aziende chiuse e decotte, dopo amministrazione giudiziaria e cessioni a organizzazioni non profit prive di capacità gestionale, mi riesce semplice pensare che sarebbe possibile evitarne la chiusura affiancando loro parte del mondo dell’impresa. Quella sana, chiaramente.

Sicuramente anche in questo settore si dovrebbe ipotizzare un ferreo controllo sulla bontà di una impresa non profit e sulla sua reale identità. Evitare camuffamenti con stipendi strabilianti che celano il divieto di dividendi di fine anno. Ipotizzare codici scritti in cui i dirigenti non possono guadagnare cifre iperboliche se rapportate a quelle dei loro colleghi di più basso grado. Insomma regolare al fine di evitare, in sedicesimo, le distorsioni del sistema profit i cui manager talvolta privilegiano i loro interessi rispetto a quelli della società che li paga. Certo i patti che la legge dovrà prevedere rispetto all’apporto di capitale di marca profit dovranno essere chiari e ben regolamentati. Ma non vedo alternative se in futuro si vuole costruire una storia di modelli di impresa, di legami,di risposte a bisogni che sappia collocarsi tra una impresa costruita solo per fare profitti o uno stato erogatore (formale) di tutti i servizi alla persona. Il non profit potrebbe, crescendo, risultare una ottima alternativa nel campo del welfare, dei servizi, della cultura e, perché no, nel commercio.

Io credo che ciò che è successo sino ad oggi nelle sue patologie dai risvolti criminali e penali (vedi gestione di alcuni progetti per immigrati) ma anche nella sua fisiologia che ha visto prosperare organizzazioni non sulla bontà della loro progettazione ma esclusivamente sulle relazioni paraclientelari con il politico di turno debba cessare. Costruire le condizioni per cui, in futuro, un investitore privato possa essere attratto dalla capacità di idee e impresa di una organizzazione non profit rappresenti al contrario, una sfida di grande interesse da molteplici punti di vista: crescita della managerialità del non profit, piena dignità a un settore che crea occupazione ma che nella cultura comune viene considerata residuale anche se i numeri rappresentano cifre importanti.