Ha affermato Noam Chomsky che “se le leggi di Norimberga fossero ancora valide, tutti i presidenti americani del dopoguerra sarebbero stati impiccati”. Forse esagera, è però evidente come tutto il pianeta sia ancora oggi costretto a pagare molto care le scelte, in alcuni casi apertamente criminali, compiute dall’amministrazione di Washington.

Prendiamo il caso dell’Isis, banda terrorista e fondamentalista che si è rapidamente installata su buona parte del territorio siriano ed iracheno, massacrando molte persone, riducendone in schiavitù molte altre, specie donne, e determinando danni irreparabili al patrimonio culturale universale, si tratti di antichità assiro-babilonesi, romane o di altro genere.

Per tutti, tranne che per i più fanatici e ciechi seguaci degli Stati Uniti, sono evidenti le responsabilità della massima potenza mondiale nella resistibile ascesa dell’Isis. Innanzitutto per aver creato, mediante l’invasione dell’Irak e gli orrori che ne sono seguiti, da Abu Ghraib a Guantanamo all’uccisione di migliaia di civili iracheni, le condizioni per il rapido sviluppo di una formazione politico-militare che unisce in un saldo fronte nostalgici di Saddam Hussein e fondamentalisti, realizzando nei fatti quella connection auspicata da George Bush con una sorta di profezia autorealizzata.

Ma non si tratta solo di responsabilità storiche. E’ stato infatti di recente reso pubblico un documento del Pentagono, risalente a tre anni fa, che afferma chiaramente come “l’Occidente” sostenga l’opposizione siriana, la cui leadership è stata per l’appunto assunta dall’Isis che, con la vittoria di Palmira, si dimostra la forza meglio armata e addestrata.

Sono pertanto più che legittimi gli interrogativi che si pone Manlio Dinucci: “La campagna militare, «Inherent Resolve», è stata lanciata in Iraq e Siria oltre nove mesi fa, l’8 agosto 2014, dagli Usa e loro alleati: Francia, Gran Bretagna, Canada, Australia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e altri. Se avessero usato i loro cacciabombardieri come avevano fatto contro la Libia nel 2011, le forze dell’Isis, muovendosi in spazi aperti, sarebbero state facile bersaglio. Esse hanno invece potuto attaccare Ramadi con colonne di autoblindo cariche di uomini ed esplosivi. Gli Usa sono divenuti militarmente impotenti? No: se l’Isis sta avanzando in Iraq e Siria, è perché a Washington vogliono proprio questo… Il documento del 2012 conferma che l’Isis, i cui primi nuclei vengono dalla guerra di Libia, si è formato in Siria, reclutando soprattutto militanti salafiti sunniti che, finanziati da Arabia Saudita e altre monarchie, sono stati riforniti di armi attraverso una rete della Cia (documentata, oltre che dal New York Times, da un rapporto di «Conflict Armament Research»). Ciò spiega l’incontro nel maggio 2013 (documentato fotograficamente) tra il senatore Usa John McCain, in missione in Siria per conto della Casa Bianca, e Ibrahim al-Badri, il «califfo» a capo dell’Isis”.

Quella di lasciar fare l’Isis rappresenta una scelta strategica precisa, adottata tenendo presenti i rapporti di forza esistenti a livello globale con i veri antagonisti degli Stati Uniti: Russia, Cina, Iran ed altri. Gli Stati Uniti si dibattono nelle contraddizioni della propria politica estera, dando un colpo al cerchio e una alla botte e cercando di attuare il principio del divide et impera. Non ci vengano quindi a raccontare la balla della lotta al terrorismo. Quest’ultimo costituisce una delle molteplici varianti in campo e Washington tenta di utilizzarlo come meglio può, alla faccia delle numerose vittime dell’Isis, tra le quali vari cittadini statunitensi barbaramente decapitati.

Ne consegue che, se si vuole mettere in campo un’efficace e coerente strategia di lotta al terrorismo dell’Isis, occorre puntare sulle forze autenticamente democratiche della regione, che hanno tutto l’interesse a chiedere la fine dell’intervento degli Stati Uniti e dell’Occidente in ogni sua forma, che consenta finalmente alle popolazioni direttamente interessate di decidere il proprio destino liberandosi contemporaneamente dalla dominazione esterna e dall’oppressione delle forze fascioislamiche raccolte attorno al cosiddetto Califfato. Come sta accadendo a Kobane e in tutta la regione della Rojava.