Uno sguardo ironico e disincantato, come nella migliore tradizione ebraica, stavolta rivolto non solo alla società israeliana, ma prima di tutto a se stesso e alla propria vita. Così Etgar Keret, scrittore, drammaturgo, docente e molto altro, consegna alle stampe “Sette anni di felicità” (Feltrinelli), il suo primo libro autobiografico. Un racconto che si apre con la descrizione surreale della nascita di suo figlio, mentre nel centro di Tel Aviv vengono soccorse le vittime di un attentato, e che prosegue fino alla morte del padre, sette anni più tardi.

Incontriamo Etgar Keret durante il suo passaggio in Italia: raccontandoci la genesi del libro e l’origine della sua vocazione alla scrittura, tratteggia il ritratto inedito di una famiglia originale almeno quanto le pagine da lui scritte: “Sono il figlio di due genitori sopravvissuti alla Shoah: mia mamma ha perso tutta la sua famiglia nell’olocausto, mio papà ha perso la sorella e con i genitori ha vissuto in un buco in terra, in Polonia, per seicento giorni. Sono il più giovane di tre figli: il mio fratello maggiore da piccolo era un genio, ora è un attivista. È stato nell’esercito, ma subito è stato buttato fuori. Ha cominciato aderendo al movimento per la legalizzazione della marijuana, poi è divenuto un deciso antisionista pro-Palestina; una decina di anni fa si è trasferito con sua moglie in Thailandia, dove ha vissuto in una casa su un albero, attrezzato però con una connessione internet ad alta velocità per proseguire il suo attivismo via web. Mia sorella invece a vent’anni è diventata una ultra-ortodossa, dopo aver svolto il servizio militare e aver perso il suo fidanzato. Ora, a 52 anni, ha dodici figli e 14 nipoti.”

Ci racconta che da ragazzino riusciva bene in matematica e fisica ed era orientato a diventare ingegnere. “Quando mi trovai a svolgere il servizio militare, mi scoprii un pessimo soldato, non tolleravo di dover obbedire, ero molto individualista. Il mio migliore amico serviva con me e finimmo in una computer unit dove se non altro potevo mettere a frutto le mie capacità. Ma il mio amico cadde in una pesante depressione e un giorno si sparò. Una settimana dopo ho scritto la mia prima storia e non ho più voluto diventare ingegnere. Ho studiato matematica e filosofia, ma ho continuato a scrivere e sono diventato uno scrittore”.

Gli chiediamo quanto il suicidio dell’amico abbia giocato in questa sua decisione: “Lavoravamo in una stanza molto piccola, senza finestre e senza comunicazioni con l’esterno. Dovevamo stare davanti al computer a turni, a volte per 48 ore di fila. Dopo il suicidio, fui sottoposto a perizia psichiatrica per verificare se ero ancora in grado di servire nell’esercito. Dissero di sì. Poco dopo, mi chiusero nella stanza in cui mi trovavo con lui quando si sparò, il proiettile era ancora conficcato là. Mi lasciarono lì da solo per 48 ore, un test non facile per un diciannovenne che ha appena perso il suo migliore amico. Per mantenere la mia sanità mentale, mi ritrovai a scrivere. E sebbene fosse un racconto di narrativa, ne uscì una specie di autodifesa sul perché volevo rimanere vivo. E questa fu la mia prima opera”. Keret continuò a studiare e a scrivere e iniziò a pubblicare, soprattutto raccolte di racconti, alcuni dei quali vennero poi adattati per la tv e il cinema. “È così che ho iniziato a interessarmi di regia e sono diventato regista, realizzando insieme a mia moglie un film dal titolo Jellyfish (medusa), che vinse la Golden camera a Cannes nel 2007”. Ma l’eclettismo di Keret non si ferma qui: scrive libri per bambini, un paio di graphic novels e comics, la coreografia di alcune danze. “Mi piace sperimentare.” Ha insegnato cinematografia e ora insegna letteratura e scrittura creativa all’università di Ber Sheva.

Gli domandiamo come si ponga lui all’interno di questa strana e composita famiglia. “Il libro parla molto della mia famiglia. Molta gente ci chiede come mai siamo tre fratelli così diversi. Credo dipenda dall’eredità dei nostri genitori. Loro, per la maggior parte del tempo, sono stati impegnati a sopravvivere. Mia madre è orfana e ha combattuto tutta la vita solo per trovare da vestire e da dormire. Mio padre ha dovuto occuparsi del fratello minore e di sua madre. La maggior parte della loro energia andò per sopravvivere e il resto per crescerci. Ciò che si auguravano per noi era che potessimo trascendere quel tipo di vita. Mio padre mi diceva: “Se diventerai un dentista di fama, con una bella famiglia e una bella casa e null’altro, sarò molto contrariato.” Oggi, nessuno di noi è un ricco dentista. Io cerco di trascendere la vita materiale tramite l’arte, mia sorella tramite la fede, mio fratello tramite l’attivismo; siamo tutti molto coinvolti con le scelte che abbiamo compiuto e, anche se sono differenti tra loro, siamo molto legati.” E ci fa un esempio: quando ci furono sommosse nei quartieri ultraortodossi, mio fratello ci andò: “E potevi vedere mio fratello, coperto di tatuaggi, seduto in mezzo a un gruppo di ultraortodossi che li addestrava a difendersi dalla brutalità della polizia, che dava loro macchine fotografiche per documentare le violazioni della polizia. E lo faceva non per motivi ideologici, ma perché è un bravo fratello e voleva aiutare su sorella”.

“Io sono un liberal, di sinistra – prosegue Keret –, ma mia sorella per un lungo periodo ha vissuto in un insediamento. Quando io e mio fratello ci andavamo, lui ci scherzava su, dicendo che erano le uniche occasioni in cui passava il confine del ’67 e tornava indietro senza essere ammanettato in un’auto della polizia! Ci andavamo, cenavamo e dormivamo là, perché le opinioni sono una cosa, la famiglia è un’altra. Posso essere in disaccordo con loro su una questione o un’altra, ma sono brave persone. Quando mia sorella viveva in un insediamento, lo faceva puramente per ragioni economiche, perché quando hai dodici figli e un marito che prega tutto il giorno, l’unico posto in cui puoi permetterti di vivere è dove il governo mette a disposizione appartamenti e sussidi, quindi ci è andata perché non voleva vivere per strada, non perché volesse occupare territorio palestinese. In molti vivono negli insediamenti per ragioni economiche, il governo fa qualunque cosa per spingere la gente a vivere nei Territori. Tutti e tre vogliamo rendere il mondo un posto migliore: mia sorella pensa di poterlo fare pregando, mio fratello con l’anarchia, io promuovendo le mie idee di umanesimo e liberalismo tramite la scrittura. Le nostre tattiche sono diverse, ma i nostri obiettivi sono simili”.

“È il mio sesto libro – prosegue Keret – ma è come se fosse il primo, perché finora ho sempre scritto fiction. Questo libro documenta i sette anni tra la nascita di mio figlio e la morte di mio padre. Quando non scrivi finzione, sei molto più esposto ed è per questo che ho deciso di non pubblicare questo libro in Israele. È uscito in dieci lingue, ma non in Israele. Per un semplice motivo: a volte ci sono storie che è più facile confidare a un estraneo sul treno che non ad un vicino. Lo stile? È molto jewish: lo humor è sempre un buon modo per affrontare le difficoltà.”