Non c’è solo Lampedusa tra le rotte delle migrazioni, ma anche la Grecia con almeno un milione di migranti pronti dalle coste turche a raggiungere l’Europa. Alcuni di loro già usano rotte alternative al canale di Sicilia. In alcune isole c’è un più 300% di immigrazione clandestina mentre secondo alcuni testimoni vi sarebbero, a Nord, delle isole usate come cimitero di immigrati. I confini tra Turchia e Bulgaria e quelli tra Turchia e Grecia sono i più permeabili d’Europa anche grazie ad un sostanziale immobilismo. La Grecia non ha alzato un muro, come scritto da alcuni media, ma una recinzione sul confine turco, anche per via del disinteresse turco verso questi flussi, così come fatto dalla Bulgaria. Condanno antropologicamente l’idea del muro, preferisco quella dei ponti. Ma prendo atto che oggi l’agorà di un’Europa aperta non è sostenibile da queste istituzioni in perenne ritardo rispetto a fatti.

Se l’Europa avesse una politica comune di difesa e sicurezza un pezzo di strada sarebbe già stata percorsa, invece si cerca sempre una soluzione affannosa quando i buoi sono già scappati. Il nodo non è Mare Nostrum o Triton, ma va ripensata la strategia europea verso un Mediterraneo costantemente ignorato. Questi flussi sono il frutto della vacatio politica, di macroscopici errori di gestione delle primavere arabe, della guerra in Afghanistan e in Iraq, del caso siriano. E la Libia è ancora in attesa di esplodere completamente. Non è una questione di quote o ripartizioni, ma di strategie per immaginare che Mediterraneo ci sarà nel 2030. L’Italia, nonostante sia un molo naturale messo lì in quel grande lago salato che è il mare nostrum, ha ancora una volta scelto di non scegliere: come un qualsiasi Don Abbondio.

Troppo facile urlare contro il diverso e mettere da parte senso di responsabilità e lungimiranza politica. Altrettanto semplicistico sarebbe aprire scriteriatamente le frontiere all’universo mondo, come propone demagogicamente la sinistra. Il guaio della politica italiana 2.0 è che pensa solo a quanti ‘mi piace’ otterrebbe da questa o quella dichiarazione. Mentre, nella vita reale, il peso di questa ecatombe lo pagano in solitario i lampedusani e le centinaia di volontari che svolgono un lavoro esemplare. Il risultato? Non può che essere il lancio delle uova come plastica raffigurazione di un tessuto sociale in necrosi, con nuovi eroi che passano il pomeriggio nei talk show, ed elettori sempre più stanchi di politici lobotomizzati.

Come ho scritto nel 2011 nel racconto “Onde-diario di un immigrato” (Aletti ed.) chi nasce in Italia imparando l’italiano, vi cresce, vi conclude almeno un ciclo di studi è italiano, anche se di padre cinese o slavo. Non lo dico io ma la logica. Credo sarebbe un errore però sia svendere la cittadinanza, tipico atteggiamento del buonismo ideologico che negli ultimi trent’anni ha ammalato l’Italia, sia invocare le ruspe per i campi rom, posto che rimangono una vergogna solo italiana, perché sotto la torre Eiffel non lo permetterebbero neanche gli integralisti dell’accoglienza. La cittadinanza è un diritto ma anche una conquista: si immagini una nuova e moderna commissione che valuti le richieste, pesi l’italianità del richiedente e agisca senza paraocchi ideologici, ma semplicemente per il bene dell’Italia e dei possibili nuovi italiani, come la rete G2, cioè, le seconde generazioni.

Quanto alla decisione greca di voler chiudere i Cie, non dimentichiamo che i lager sono un’immagine devastante, anche se quando gli emigranti italiani un secolo fa arrivavano ad Ellis Island trovavano ad accoglierli un sistema efficiente di identificazione e di quarantena. Che nessuno si sognò di etichettare come razzista.

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