La nave va, ed è la nave di Matteo Renzi. Per gratificare il governo in carica di questo bollettino della vittoria – senza precedenti nella tradizione della Banca d’Italia – Ignazio Visco ha dato la notizia con il condizionale: “L’aumento del Pil nel primo trimestre interrompe una lunga fase ciclica sfavorevole; proseguirebbe nel trimestre in corso e in quelli successivi”. Mentre speriamo che prosegua davvero, la notizia certa, descrivibile con l’indicativo, è che le Considerazioni finali del governatore hanno segnato ieri una svolta nei rapporti tra Palazzo Koch e governo.

Ancora pochi giorni fa, Visco aveva evocato la prospettiva di una “disoccupazione di massa”. Ieri la consueta lista dei mali d’Italia (corruzione, criminalità organizzata, sistema scolastico inadeguato, burocrazia inefficiente, ritardo delle imprese nell’innovazione, scarsa attrattività per gli investitori stranieri) è stata affogata in un affresco a tinte pastello. La gioia per i successi del governo Renzi è risultata attenuata solo in alcuni passaggi enigmatici, degni di Chance il giardiniere (Oltre il giardino, 1979, regia di Hal Ashby). Esempio: “Con il consolidarsi della ripresa l’occupazione potrà crescere”. Come dubitarne?

Un anno fa, Visco pronunciò le sue Considerazioni finali all’indomani del trionfo renziano alle elezioni europee, nel segno dei famosi 80 euro in arrivo. Il suo commento fu glaciale: i consumi delle famiglie, disse, “potranno trarre beneficio dagli sgravi fiscali di recente approvazione, ma non diventeranno forza trainante di ripresa senza un duraturo aumento dell’occupazione”. Ieri, pur in assenza di un duraturo aumento della ripresa, il governatore si è mostrato soddisfatto: “Anche in Italia, pur in un quadro più debole di quello dell’area, si è avviata la ripresa. All’accelerazione delle esportazioni si accompagna un recupero della domanda interna. Prosegue il rialzo della spesa delle famiglie, soprattutto per beni durevoli, anche grazie alle migliori prospettive del reddito disponibile”.

Un anno fa i rapporti tra Palazzo Chigi e Bankitalia erano tesi. All’atto della nascita del governo Renzi il governatore tentò in tutti i modi di sponsorizzare la conferma al ministero dell’Economia di un uomo targato Bankitalia come l’ex direttore generale Fabrizio Saccomanni. Il sindaco di Firenze invece voleva un ministro politico, e andava forte il nome di Graziano Delrio. Alla fine Renzi mise la firma sul nome di Pier Carlo Padoan.

Ma uno dei primi atti del nuovo esecutivo fu il tentativo di imporre anche a Bankitalia il tetto retributivo dei 240 mila euro fissato per i dirigenti pubblici. Visco, spalleggiato energicamente dal suo predecessore e governatore della Bce Mario Draghi, si appellò efficacemente all’autonomia della banca centrale. Dopo sei mesi di tira e molla si abbassò lo stipendio da 495 a 450 mila euro.

Il vento è cambiato. Adesso che, crocianamente, “non possiamo non dirci renziani”, anche il governatore aderisce allo spirito del tempo: “È stato un anno di scelte impegnative i cui primi risultati, importanti ma fragili, vanno difesi con determinazione”. Scelte impegnative. Il miracolo sembra essersi compiuto: Un anno fa Visco parlò di riforme urgenti che risultavano sostanzialmente inevase dai governi precedenti di Enrico Letta e Mario Monti: “La ripresa stenta ad avviarsi, rendendo pressante l’esigenza di procedere nell’azione di riforma”.

Ieri la musica è cambiata radicalmente: “Per rimuovere gli ostacoli allo sviluppo del Paese è stata avviata un’azione di riforma, riconosciuta a livello internazionale da istituzioni e mercati; per non deludere le aspettative di cambiamento occorre allargarne lo spettro e accelerarne l’attuazione”. È vero che lo stesso governatore avverte, a proposito del Jobs Act, che “una valutazione compiuta degli effetti di questi provvedimenti è prematura”. Ma non importa. L’azione di riforma è riconosciuta a livello internazionale, e Visco si unisce al coro. Non sia mai che qualcuno lo chiamasse “gufo”.

Il Fatto Quotidiano, 27 maggio 2015