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Debutto in prime time per la banda di Diego Bianchi. Uno spostamento di orario che scombussola programma e spettatori? Noi la pensiamo così…

Riccardo Marra

La malaerba rimane tale, sia cresca in seconda serata che in prima! Era questa la promessa di Zoro e così è stato: il salotto buono del prime time non ha cambiato Gazebo, non gli ha fatto montare la testa né tantomeno lo ha imborghesito. Anche alle 21 del venerdì, rimane il programma punk che è: l’iconografia di Makkox le corrispondenze gonze di Mirko, gli spiegoni semiseri di Damilano, la musica live, le social top10 e le imprevedibili inchieste selfie (per la prima, le storie degli immigrati sbarcati in Grecia). E la trasmissione è bella come sempre, talmente bella che la domanda che mi tormenta è: perché non siamo-tutti-come-Gazebo? Perché non è possibile fare informazione (seria) senza ammorbare? Perché la cultura debba essere colorata solo nello studio di Zoro? No. Stop. Cambio domande e – caro Venturi – te le scaglio addosso come dardi infuocati. Ti chiedo: perché Gazebo avrebbe dovuto vestirsi bene per il gala? Davvero un programma va sempre mutuato in base alla collocazione? Quindi potrebbero esistere un Gazebo mattina, un Gazebo pomeriggio, un Gazebo preserale? Fammi vedere che sai fare! Al momento mi pare che la gente sia passata serenamente dal digestivo al piatto di pasta godendosi il programma senza che il bioritmo gli abbia giocato brutti scherzi.

Davide Venturi

Sopra uno scoglio la tv si crea e si distrugge. Si chiama target, si legge auditel e ha una qualità, caro Marra: è capace di far morire anche le malerbe. E su questo dato Gazebo affonda. Ma l’ancora di salvezza per Zoro è un’altra: Gazebo è un esperimento rivoluzionario già come programma in seconda serata, figuriamoci in prima. E per questo va lodato, perché il linguaggio di Zoro&Co rappresenta il futuro della tv, fatto di cancelletti (hash) ed etichette (tag) da non prendere troppo sul serio, ma neanche da lasciare in balia di una semplice risata. Dove la rassegna stampa non si fa sui giornali cartacei, ma sui “punto it” dei principali organi di informazione. Dove si creano i neologismi come “taxismo” e “renzometro” degni della più fervide avanguardie. Dove i contributi video sono un diario in prima persona in cui si ritaglia con lo “stop&go” lo spazio giusto al momento giusto per un commento in studio che diventa così più fresco e vero rispetto i vuoti e stantii salotti televisivi. Dove la realtà non si legge, ma si rilegge ridicolizzando chi tenta di leggere la realtà e la digerisce male scrivendo con la velocità di un rutto su Twitter. Ma tutto questo lo sapevamo già. Per questo l’impressione è che la prima serata sia una maschera per Zoro, che si traveste da promozione, ma rappresenta uno scoglio verso cui è meglio non dirigersi per fare un inchino.